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Lezioni tibetane


 

Una via buddista alla democrazia

Lezioni tibetane

La lotta non violenta dei tibetani in esilio sta segnando in maniera indelebile questo strano 2008. Mentre si avvicinano le Olimpiadi di Pechino, tutti i sostenitori dell'Ordine Mondiale sono in fibrillazione: qualcuno può rovinare la festa degli sponsor

 

(pubblicato su “Galatea”, luglio 2008)

 

Le ragazze e i ragazzi tibetani di Kathmandu, come Chokley, Tashi, Kal e Yeshi, si mandano messaggi sms sui cellulari. Si danno appuntamento in un centro commerciale della città. Arrivano in ordine sparso, sui bus, in bici, in moto, in taxi. Jeans, magliette, piercing, gel. Tutti insieme appassionatamente. Ma non per fare shopping. Vanno a farsi arrestare. Vanno a prendersi le botte dei poliziotti nepalesi di stanza davanti all'ambasciata della Repubblica popolare cinese. Se hanno paura (e ce l'hanno, almeno un po'), gli passa quando cominciano a urlare i loro slogan in inglese: “Stop killing in Tibet”, “Free Tibet”, ma anche “Lunga vita al Dalai Lama”. Sono stretti gli uni agli altri. Seguono o precedono gruppi di monaci e di monache buddiste. Piccole catene umane di dodici-quindici persone. I poliziotti li strapperanno uno a uno, li caricheranno a forza sui camion. Se non ci sono reporter, cioè il più delle volte, è facile che volino calci, schiaffi, pugni e bastonate. Tanto ai maschi quanto alle femmine, anche da parte delle poliziotte. Le femmine in più vengono palpate dappertutto da mani schifose. Ma le ragazze e i ragazzi tibetani non se la prendono: sanno che la repressione della polizia nepalese non è niente paragonata a quella cinese. Sanno che alla stazione di polizia non subiranno maltrattamenti, e che verranno rilasciati dopo alcune ore.

Il governo nepalese è un governo amico, come quello indiano. Però nessuno vuole inimicarsi il dragone di Pechino, meno che mai adesso che siamo entrati tutti, a quanto pare, nel “secolo cinese”, che segue a ruota il “secolo americano”. Altri cento anni di capitalismo, ricchezza per tutti, o quasi, avanzamento tecnologico e intrattenimento mediatico per tutti, o quasi, abbigliamento firmato, vero o tarocco, per tutti. O quasi. Che grande festa saranno i Giochi Olimpici di Pechino, con tutti quei numeri otto a portare fortuna (inaugurazione l'otto agosto). Con la splendida architettura post-moderna da esibire al mondo, dall'aeroporto disegnato da Norman Foster allo stadio a forma di nido di uccello. Perché la Cina è ormai una potenza mondiale e le Olimpiadi devono rappresentare una sorta di riconoscimento ufficiale del suo definitivo successo. Che poi è il successo del capitalismo senza democrazia, tanto la politica non interessa più a nessuno.

La Cina è “cool”, comincia a fare tendenza, basta vedere il numero di giugno di “Ventiquattro”, mensile del “Sole 24 ore”, sui collezionisti cinesi di arte contemporanea. Titolo: “L'incanto del dragone”. Foto artistiche e ritratti patinati. Ironia della sorte, si specifica che il servizio è stato realizzato per “Ventiquattro” dal 20 marzo al 9 aprile. Nei gironi della violenza, qualcuno si occupava delle gallerie di Pechino e Shangai. Lì non c'erano divieti, per i fotografi. Per fortuna, i lettori di “Galatea” hanno potuto leggere la straordinaria testimonianza di Michel Raffa, che definisce le Olimpiadi “una trappola innescata dalla superbia cinese” (“Galatea”, aprile 2008). Federico Rampini, inviato di “Repubblica” in Cina, la pensa allo stesso modo: la Cina si è infilata in una trappola insidiosa, ma non per superbia: nessuno nel 2001, al momento dell'assegnazione dei Giochi a Pechino, si aspettava un tale travolgente successo del nuovo corso cinese. Le Olimpiadi, sostiene Rampini su “Limes”, dovevano essere una specie di biglietto da visita per una nazione ancora nella fase emergente, una sorta di ballo della debuttante E invece sono diventate la prova del nove di una nuova superpotenza, con tutti gli occhi del mondo puntati addosso. Un ruolo a cui la Cina non è abituata: a fronte di ogni difficoltà imprevista, scatta il vecchio riflesso condizionato della dirigenza comunista, ancora del tutto incapace di gestire i rapporti con l'opinione pubblica internazionale. Di fare cioè quello che gli Stati Uniti fanno da una vita: condizionare la percezione del mondo.

Una tesi interessante. Però Rampini esagera un po' quando scrive, spiegando come tutto sia cambiato dal 2001, che in quel periodo “sui nostri schermi radar la sfida cinese non esisteva”, e che l'Occidente “quasi unanime” adottò la linea: “lasciamo che la Cina diventi più ricca e automaticamente diventerà più democratica”.

Quando da Macao abbiamo spiato il futuro della Cina (“Galatea”, febbraio 1998), lo abbiamo descritto in questi termini: “200 milioni di cinesi benestanti e modernizzati rispetto ad un miliardo di poveri di un paese del Terzo Mondo come tanti altri. Senza veri diritti politici per nessuno”. Una considerazione che nasceva dalla constatazione che a Macao i diritti politici e la libertà di espressione erano garantiti dalla costituzione portoghese, ma la gente sembrava non curarsene. Figuriamoci in Cina. “Interessano gli affari, non la politica”, dichiarava rassegnato un sacerdote giornalista. Perfino due giovani studentesse di Scienze sociali sostenevano che “i cambiamenti richiesti nel 1989 (le proteste di Piazza Tien An Men represse nel sangue N. d.. A.) erano eccessivi”. Più prudenti di Confucio, più realiste del re. Ma erano lo specchio della mentalità imperante in gran parte del mondo “sviluppato”, che procede secondo un principio non dichiarato: se c'è benessere diffuso, la democrazia diventa un optional. Oppure, versione più gettonata dello stesso concetto: la democrazia è un lusso che solo le società benestanti si possono permettere.

I giovani sono un indicatore formidabile in questo senso: che differenza c'è fra i ragazzi cinesi benestanti e quelli, altrettanto benestanti, americani o europei o giapponesi? Nessuna. Ascoltano musica, guardano i film su Sky, usano il computer, si trovano nei centri commerciali, vanno a ballare in discoteca, ogni tanto fanno un viaggio.

E' chiaro che non c'è niente di male in questo. Vivono, per così dire, il lato “buono” del capitalismo, come ognuno di noi. Ma il lato buono è anche maledettamente falso. Non soltanto perché vorrebbe nascondere le masse di esclusi, la colossale ingiustizia nella ripartizione della ricchezza. E nemmeno perché occulta i tremendi costi ambientali imposti dalla logica del profitto e dal dogma della crescita quantitativa esponenziale, che pure rappresentano la più grande minaccia per il pianeta. No, l'ipocrisia più sottile e insidiosa del capitalismo riguarda la coscienza personale, che dovrebbe vivere beatamente drogata dai consumi e dagli intrattenimenti.

“I comunisti cinesi hanno imparato la lezione: cosa sono la polizia segreta e le Guardie rosse, di fronte alla potenza del capitalismo sfrenato? Non c'è niente di più efficace per minare i legami tradizionali della società”. Slavoj Zizek è un filosofo che ama cogliere i tremendi paradossi delle società contemporanee: l'aspetto più inquietante della Cina di oggi è “il sospetto che il suo capitalismo autoritario non sia solo un ricordo del nostro passato, ma un presagio del nostro futuro”. Un futuro nero per i tibetani, che secondo lui, “fra un decennio o due saranno ridotti allo status dei nativi americani negli Stati Uniti”.

E qui però si sbaglia, perché evidentemente non è venuto da queste parti a vedere con i propri occhi chi sono e cosa fanno i tibetani della diaspora più vicini alla madrepatria.

Non solo non hanno perso la loro fede buddista, le loro tradizioni, la cultura, la lingua; ma hanno mantenuto una forza morale e una solidarietà straordinari.

“Forse non eravamo molto sviluppati dal punto di vista economico, ma avevamo e continuiamo ad avere una cultura molto ricca”, dichiara Doma Tsomo, 44 anni, ottima rappresentante del Nepal Tibet Solidarity Forum, mentre fa uno dei tanti scioperi della fame (ma loro non li chiamano così) con i suoi compagni. Ascoltandola, si capisce che ha ragione. Nelle sue parole si coglie un'apertura mentale, una capacità di ragionamento, ma soprattutto una solidità spirituale che si basano indubbiamente sulle profonde radici del buddismo tibetano.

Sul passato del Tibet, in realtà, c'è una discussione tanto accanita quanto sostanzialmente sterile. La prima questione controversa riguarda ovviamente le ragioni storiche dell'indipendenza del Tibet. Sul fatto che i cinesi (cioè gli han, che rappresentano il 95 per cento della popolazione) e i tibetani non abbiano praticamente niente in comune dal punto di vista etnico, linguistico e culturale, sono tutti d'accordo. Ma per gli specialisti di relazioni internazionali (che tendono a essere invariabilmente conservatori) conta soprattutto la storia della sovranità politica, cioè i rapporti di forza nel corso del tempo.

E qui le strade divergono completamente: da un lato si sostiene che il Tibet indipendente guidato dai Lama (in particolare il tredicesimo e quattordicesimo, cioè Tenzin Gyatso, l'attuale Dalai Lama) sia stato invaso dalle truppe di Mao nel 1950. Dall'altro si sostiene che un Tibet veramente indipendente non è mai esistito: è esistito solo uno stato fragile, da sempre vassallo della Cina, che ha avuto una sovranità molto limitata in epoca moderna soltanto grazie alle influenze straniere, a partire da quella inglese.

Un po' come il Nepal (vedi “Galatea” di giugno), che però è legato alla storia dell'India.

Entrambe le versioni sono valide e coesistono. Per i cinesi, la seconda è molto più importante, perché la presunta “età dell'oro” del Tibet coincide con il periodo più buio della Cina, in preda all'anarchia e alla guerra civile, umiliata da tutte le potenze straniere, e da ultimo sottomessa dal Giappone, per essere poi riscattata da Mao. Avvento del comunismo e ritrovata unità e orgoglio nazionale sono tutt'uno, per i cinesi, e questa è la più forte base di consenso del regime attuale.

In pratica la legittimazione del potere comunista è questa: abbiamo preso un paese arretrato e debolissimo e lo abbiamo proiettato nella modernità facendolo tornare ai suoi antichi splendori. Questa concezione viene estesa da Pechino al Tibet, in questa versione: abbiamo spazzato via una teocrazia feudale assetata di potere, che teneva il popolo in condizioni miserabili (e per continuare a farlo non avrebbe esitato a vendersi agli stranieri), e abbiamo portato scuole, ospedali, progresso sociale, e da ultimo anche un tenore di vita che i tibetani non hanno mai conosciuto. E' una concezione che ha la sua indubbia parte di verità, (ma non considera il cambiamento radicale maturato in mezzo secolo nella comunità tibetana, e sorvola sui costi umani spaventosi della grandiosa rivoluzione) ed è a quanto pare condivisa dalla stragrande maggioranza dei cinesi, anche al di fuori del Partito comunista.

Il corollario che ne consegue è che non potrà mai esistere un Tibet indipendente, perché per la Cina sarebbe come tornare indietro di un secolo, ai tempi in cui le potenze occidentali erano padrone in casa sua, cosa che i cinesi non permetteranno mai più. E questo sicuramente ha senso.

Il corollario numero due è che la questione tibetana non esisterebbe, se dietro non ci fosse l'Occidente, a partire dagli Stati Uniti, con tutto il suo formidabile apparato mediatico: il Dalai Lama sarebbe quindi più un personaggio di Hollywood che un vero leader spirituale, se non addirittura un burattino nelle mani di Washington. E questa è una visione propagandistica, di scuola maoista.

E' sorprendente constatare quanto credito trovi la versione cinese nei commenti degli esperti di relazioni internazionali, i soliti Soloni della Realpolitik, i sacerdoti dello status quo, i notai dei rapporti di forza. Il loro massimo rappresentante in Italia è probabilmente Sergio Romano, ma c'è una pletora di “politologi” o “analisti” a stelle strisce (da Richard Pipes a “Risiko” Luttwak, da Francis Fukuyama a Samuel Huntington) che potremmo definire accecata dal realismo. Il bello è che pretendono anche di essere più utili al progresso del mondo rispetto ai pasticcioni idealisti, agli utopisti inconcludenti, alle “anime belle” come le chiamano con disprezzo.

Ora, se la questione tibetana fosse concentrata esclusivamente alla sovranità, cioè nazionalismo tibetano contro nazionalismo cinese, avrebbero probabilmente ragione loro. In questo caso sarebbe sciocco non tenere presente che la rabbia legittima dei tibetani rimasti in patria a subire la spettacolare “colonizzazione” portata avanti dagli han , se prende una piega etnica e si riversa sui cinesi con violenza, è chiaramente votata al suicidio. Il Partito comunista non aspetta altro per trovare una legittimazione altrimenti impossibile; e anche nel cosiddetto Occidente molti leader sarebbero sollevati dal grande imbarazzo che la questione tibetana rappresenta. Se potessero cavarsela con la solita condanna bilanciata delle violenze, alla Ponzio Pilato, sarebbero tutti contentissimi, altro che storie. I rapporti con la Cina non si toccano, così come non si toccano le Olimpiadi. “Dobbiamo sperare che le Olimpiadi di agosto 2008 si risolvano per il governo di Pechino nel successo mediatico mondiale su cui ha puntato e per cui ha lavorato negli ultimi frenetici cinque anni. Solo così, ogni passione polemica spenta, si potrà riallacciare un dialogo tra il Dalai Lama e Pechino”: il giudizio è dell'insospettabile Giorgio Mantici, docente all'Orientale di Napoli.

John Hulsman (sempre su “Limes”) rincara la dose, criticando con disprezzo la “politica dei gesti inutili” (i giudizi più duri sono riservati a Nancy Pelosi, leader democratica del Congresso americano): “Siamo ridotti a discutere dell'efficacia del boicottaggio simbolico dell'inaugurazione di un evento anch'esso simbolico; un gesto così inutile inasprirà la leadership cinese, senza produrre alcun cambiamento significativo nella sua politica. Ma ci sentiremo migliori”. E' una critica già sentita più volte, e potrebbe perfino avere senso se viene riferita ai leader politici occidentali: se Sarkozy o la Merkel parteciperanno o meno alla cerimonia di apertura, alla fine è questione di lana caprina, e sinceramente interessa poco. Ma sull'inutilità dei gesti simbolici Hulsman si sbaglia di grosso, probabilmente perché li teme quasi quanto il governo cinese.

I simboli sono importantissimi, gli esperti di marketing lo sanno benissimo, e sanno che senza il loro carico simbolico una parte enorme di prodotti non si venderebbe. Provate a immaginare un atleta medaglia d'oro che solleva un paio di scarpe Nike con un cartello “Stop allo sfruttamento minorile in Cina”. O una squadra che si imbavaglia alla premiazione per protesta contro le violenze alla libertà di espressione. O dei tifosi che espongono un maxiposter della celebre foto dell'uomo con i sacchi della spesa che ferma la colonna dei carri armati a Tien An Men, inquadrata dalle telecamere di tutto il mondo. Sarebbe un messaggio enorme, e non riguarderebbe solo la Cina , ma tutto il mondo economico e finanziario che considera i diritti umani un optional, quando sarebbe l'ora di considerare optional tutta la merce che ci viene propinata a prescindere da qualsiasi etica, e smascherare una volta per tutte il giochino della globalizzazione.

Amnesty International ci sta provando da un anno: quanti sanno per esempio che la censura Internet e l'arresto di intellettuali e giornalisti cinesi che avevano usato la rete è stata realizzata grazie alla solerte collaborazione di Yahoo, Microsoft e Google con il governo di Pechino? Nel mondo della comunicazione, i gesti sono tutto. Chi invita a stare buoni e zitti, nell'interesse dei tibetani, non sa quello che dice (nella migliore delle ipotesi: oppure lo sa anche troppo bene, ma ha deciso da un pezzo che nel mondo conviene sempre schierarsi con i più forti, non disturbare i manovratori: proprio come la redazione del “Sole 24 ore”).

I tibetani hanno capito da tempo che la battaglia per i diritti umani, per i diritti di tutti, è l'unica che può avere una possibilità di successo. Hanno già dimostrato al mondo che la loro anima non è in vendita, né ora né mai, una cosa inaudita per noi, e a quanto pare anche per molti cinesi, purtroppo. Ma è giusto ricordare (come fa Beniamino Natale, sempre su “Limes”) che ci sono i cinesi dissidenti, come gli intellettuali che hanno scritto in una lettera aperta dopo le violenze di marzo: “Per prevenire tali incidenti in futuro, il governo deve rispettare la libertà di religione e la libertà di parola implicitamente contenute nella costituzione cinese, permettendo al popolo tibetano di esprimere pienamente le sue lagnanze e le sue speranze, e permettendo ai cittadini di tutte le etnie di criticare liberamente e di dare suggerimenti sulle politiche per le etnie stesse”. Per loro scrivere queste parole significa mettere a repentaglio la propria libertà personale. Si spera che almeno una parte delle migliaia di giornalisti che saranno ufficialmente accreditati non accetti di fare da cassa di risonanza e ufficio stampa della Cina da mostrare in vetrina, ma si ricordino, almeno per una volta, che fare questo mestiere non significa stare a contatto con i vip, partecipare alle serate di gala e apparire “trendy” e “glamour”. E il discorso vale anche per tutti i noi, perché, come ricorda Zizek, citando Gilles Deleuze “se siete presi dal sogno di un altro, siete fregati”. In altre parole, non basta compiacerci dell'azione dei tibetani, se la loro caparbietà spirituale, la loro ostinazione morale non diventa un po' anche la nostra. Faranno di tutto per convincerci che va tutto per il meglio in questo che è il migliore dei mondi possibili. Per farci concentrare esclusivamente sui record, sul lato sportivo, o sulle eventuali critiche all'organizzazione, con i soliti paragoni fra un'edizione e l'altra. Guardiamo questi Giochi, per la prima volta, con occhi diversi. Utilizziamoli come cartina di tornasole, per capire a che punto è la notte. Proviamo a rovesciare il messaggio di moda, perché la Cina “moderna” non ha niente di nuovo e di veramente buono da proporre; i tibetani che non hanno rinnegato l'antica saggezza buddista invece sì. Appare sempre più evidente che il modello cinese (che poi è il modello mondiale duro e puro) è stato messo in crisi, in questo strano 2008. Non dall'aumento dei prezzi del petrolio, ma da chi si ostina a parlare di libertà. L'ideogramma cinese che traduce la parola “crisi” è fatto, dicono, di due simboli. Il primo indica “pericolo”. Il secondo, “possibilità”.

 

Cesare Sangalli