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La strada per le stelle - nuovo

 


La strada per le stelle

“La grazia oggi è cosa rarissima”. Parola di Roberto Saviano. Troppo poca bellezza, nel mondo, visto che “grazia” sul vocabolario, è “l’insieme delle caratteristiche estetiche o dei comportamenti che rendono qualcosa o qualcuno attraente e affascinante”. Il qualcuno di cui trattiamo si chiama Miriam Bonaccorso, 26 anni, professione ballerina. A vederla danzare in TV,  a “Ballando sotto le stelle”, con i tacchi altissimi (15 centimetri), che aumentavano a dismisura la difficoltà della performance, si pensa alla parte più leggera ed del concetto di grazia.  Ma vista dal vivo, al Teatro Giordano di Foggia, nel pieno dello spettacolo da lei stessa ideato (“Start Time”), osservata da vicino, senza trucchi di scena o effetti speciali, senza telecamere che mostrano solo quello che vogliono far vedere,  si può arrivare, per quanto possa apparire strano, ad un’altra definizione di “grazia”, che anche le parole asettiche del vocabolario restituiscono con la forza necessaria: la grazia  è “l’insieme dei doni e degli aiuti soprannaturali che Dio concede all’uomo per guidarlo nella via della virtù e della bellezza”.
Guardando Miriam che volteggia, e sprigiona un’energia ineffabile, tanto che appare molto più alta e molto più donna di quello che è in realtà,  sembra quasi di vedere una scia di stelline nei lampi dei riflettori, quasi fosse magica come Trilli, o Campanellino (“Tinker Bell”), la musa di Peter Pan. Ti aspetti che possa spiccare il volo da un momento all’altro. In questa specie di incanto in cui vieni trascinato, anche chi capisce poco di danza, come il sottoscritto, avverte di essere di fronte ad una predestinata, che risponde alla definizione di grazia nel senso scritto sopra.
La prima cosa è il dono, il talento ricevuto senza nemmeno rendersene conto, che viene fuori nella storia personale. C’è qualcosa di soprannaturale, infatti,  se una bimba di quattro anni costringe i genitori a portarla in palestra, ad una scuola di danza. “L’odore della pece e del parquet della sala di danza sono l’unico vero ricordo della mia infanzia”. Prima ancora della consapevolezza, c’è il movimento, c’è la musica.  Nata per ballare. Lo scrive nelle letterine di bambina, Miriam, il sogno, che poi è la certezza, di fare la danzatrice, da grande..
 Le vocazioni precoci sono sempre esistite. Ma molto spesso i sogni dei bambini si perdono per strada. Per la maggior parte di noi, basta l’inerzia, la vita che scorre, a “normalizzare” quella scintilla che pure eravamo convinti di avere. A volte, ad una passione primigenia se ne sostituisce un’altra, e un’altra ancora, magari incontrata per caso. Ci può essere anche un fatto traumatico, a interrompere una storia che sembrava già scritta. Ma per tutti quanti, la questione principale è solo una: bisogna crescere. E se il talento c’è, deve crescere con noi.
Miriam lo intuisce alle medie, quando decide di seguire la sua prima insegnante, Dora Colecchia, quella con cui aveva mosso, letteralmente, i primi passi, nella nuova scuola che aveva aperto. Con lei c’è un rapporto speciale, più “sentito” che detto: per Miriam, pur apprezzando anche altre insegnanti che sono passate nella sua vita, Dora trasmette contenuti che vanno ben oltre la tecnica, proprio perché si è formata all’Accademia Nazionale, ed ha studiato come insegnante.
Al tempo stesso, Dora “vede” il talento di Miriam, lo sa riconoscere, sa dare certezza a quella sensazione di essere speciali che la ragazzina avverte chiaramente. “Quando mi ha proposto di provare a fare l’audizione all’Accademia Nazionale, non ero del tutto sorpresa, in qualche modo me l’aspettavo, me lo sentivo”.  Capita a poche, di essere scelte. “Io non ho mai pensato di essere la più brava, forse perché tendenzialmente sono una perfezionista, e pur avendo tanta convinzione, mi rimetto sempre in discussione”.
Il talento si deve accompagnare con la determinazione. E qui comincia la parte prosaica dell’incanto, della grazia. “L’ambiente della danza è molto competitivo, inutile nasconderlo, anche perché un ballerino è fondamentalmente concentrato su di sé. Ho avvertito anche molta invidia, nel corso degli anni. Probabilmente fa parte del gioco”.  In effetti, la selezione è dura. Al concorso per entrare all’Accademia, passano solo sei ragazze su una novantina di aspiranti, provenienti da tutta Italia. Miriam lo sa, la paura è tanta. “Quando ho saputo di essere stata presa, ho pianto, ma era una sensazione stranissima, di stordimento, come se mi avessero dato una bottigliata in testa”.
Così, a 14 anni, Miriam lascia Foggia per Roma. Iscritta al liceo classico, la mattina fa le lezioni normali, il pomeriggio si dedica alla danza, tutto all’interno dell’Accademia. Ma per quanto ci siano somiglianze con l’ambiente di “Saranno famosi”, la realtà è molto più grigia: si fa tanta fatica, l’impegno è totale, la sera restano pochissime energie per fare altro che non sia dormire. C’è poco spazio per i rapporti di amicizia, è molto facile sentirsi soli, soprattutto a quell’età. Miriam ha una gran voglia di tornare a casa, si chiede continuamente se quella è la vita che voleva. Gli insegnanti non aiutano: alcuni sembrano lunatici, un giorno ti esaltano, e il giorno dopo ti consigliano di lasciar perdere.       
Arriva la fine dell’anno, con la promozione, e Miriam torna a casa per le vacanze estive. Ma in cuor suo probabilmente la decisione è già presa: all’apertura del nuovo anno scolastico non si presenterà. Decisione sofferta: le si era aperta una strada riservata a pochi, e lei l’abbandona. La sua insegnante è dispiaciuta, ma non glielo fa pesare. I genitori nemmeno. Ma quella scelta, o meglio, quella rinuncia, peserà per un po’ di anni nell’anima di Miriam. “Più che un rimpianto, avevo una sorta di rabbia nei confronti di me stessa, per aver mollato”.
Ma il tempo  farà sparire questa sensazione. Perché lasciare l’Accademia non significa affatto abbandonare l’idea di diventare ballerina.  Miriam continua a danzare, sa che il liceo serve solo “a farsi un po’ di cultura”. La mente deve restare aperta, lei ama la filosofia, gli studi filosofici sarebbero l’alternativa alla danza.
Il momento della seconda scelta arriva dopo la maturità: per Miriam è chiaro che è arrivato il tempo di lasciare Foggia e tornare a Roma. “Per me era chiaro, allora, che restare significava diventare un’insegnante. Che è un’ottima cosa, ma a me non andava di pormi dei limiti già a 19 anni”.
Così, trasferita a Roma, trova una compagnia di ballo in maniera quasi casuale (gli inglesi parlerebbero di “serendipity”, che letteralmente è “la capacità innata di trovare le cose senza cercarle”) . Si tratta dela compagnia “Mbula Sungani”, con un coreografo italo-africano che la introduce a nuovi stili e nuovi balli. La differenza con la provincia sta proprio nelle opportunità di incontro, di apertura, di crescita, occasioni che solo la grande città può offrire.
“Ti capita di conoscere artisti di tutto il mondo, o di fare magari uno stage con i coreografi di Britney Spears e Jennifer Lopez “. Non è tanto una questione di impegno e sacrificio (“anzi, a volte si lavora di più in provincia”); è proprio una questione di spunti, di idee, di conoscenza, di contaminazione, tutte cose fondamentali per una persona tendenzialmente libera ed eclettica come Miriam.   
Che infatti dopo un po’ di tempo lascia la compagnia, per fare un po’ la “freelance” della danza. “Sono grata al gruppo per tutto quello che mi ha dato, ma io voglio sentirmi libera”. Le compagnie, a suo giudizio,  tendono ad assorbirti completamente, anche fuori dal lavoro, e a diventare un po’ come delle sette, se ci passi tanti anni. Oltre un certo livello, non fa per lei.
Con la compagnia, comunque, Miriam partecipa ai primi spettacoli RAI: esordio con il Capodanno a Venezia, poi la “Notte per Caruso”. E’ un nuovo cambiamento, emozionante, adrenalinico (“le telecamere mi facevano paura”), un mondo che sembra entusiasmante , ma in cui girano “molte maschere e pochi volti”. Poi magari capita di scoprire che l’attore o il ballerino famoso, che pensi irraggiungibile e distaccato, sia una persona disponibilissima e perfino timida. E altri invece, che interpretano il ruolo dei simpaticoni, delle persone alla mano, si rivelano  primedonne insopportabili.
“Ma in generale in tv c’è più stress che a teatro, gran parte della felicità mostrata è finzione”.
Dal punto di vista lavorativo, le apparizioni televisive (ora è a “Music Show”) sono indubbiamente importanti, e magari porteranno il classico successo che molti giovani ballerini si augurano. Ma la vocazione di Miriam sembra consistere sempre di più nel creare i suoi spettacoli, con il suo gruppo, i suoi coautori, e magari proporli in abbinamento ad una riflessione religiosa condotta da una teologa, com’è già successo a Foggia, davanti a genitori e amici. Quella sembra essere la nuova frontiera di Miriam, un territorio tutto da esplorare, o da inventare completamente, anche se forse ancora appare vago e lontano come l’Isola che non c’è. Ma quando c’è la grazia, anche con la maiuscola, il cammino sarà comunque un bellissimo viaggio. In bocca al lupo, Trilli.
                                                                                            

                                                                                                    Cesare Sangalli