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Pubblicato su “Popoli”, 2004

Il Venezuela di Chavez visto dalla strada
Ramon e gli altri


Sono quelli che vivono per strada, con pochi dollari al giorno. Raccattano lattine, chiedono l’elemosina, qualcuno spaccia cocaina. Storie di esclusione sociale al tempo della “rivoluzione bolivariana”

Appaiono soprattutto la sera, fantasmi discreti della notte di Caracas. Si materializzano intorno ai fast-food, ai bar, ai ristoranti. Si mettono a cercare fra i sacchi neri dell’immondizia, con calma, con cura. Cercano lattine da riciclare e per questo li chiamano lateros. Non disdegnano gli avanzi dei clienti più sazi e distratti. Attenti a non destare troppa attenzione nei camerieri, accettano spiccioli e sigarette. Si devono guardare le spalle da tutti: balordi veri, delinquenti, poliziotti. Sono la spazzatura sociale, quella che imbarazza un’élite classista fino al razzismo, visto che più si scende la scala sociale, in Venezuela, più la pelle si fa scura.
La cosiddetta “classe media”, in realtà una piccola borghesia spaventata da tutto (dalla crisi, da Chavez, dalla delinquenza), protagonista della rivolta popolare contro il presidente dei poveri, fantomatico “comunista” e “rivoluzionario”, convive con i lateros e gli altri emarginati (ladruncoli, piccoli spacciatori, prostitute, accattoni), tollerandoli a fatica, nei quartieri di confine come Bellas Artes, Carabobo, La Hoyada: più ci si avvicina al centro storico, spostandosi da est a ovest lungo la metropolitana che ricuce una città altrimenti divisa, più Caracas si impoverisce. Ma la vera miseria è concentrata nei barrios arrampicati sulle montagne che dominano la città, anzi la minacciano di invasione. E’ successo già una volta, nel febbraio 1989, ed è stato il vero punto di non ritorno della storia del Venezuela.
“Ce lo ricordiamo tutti”, sostiene Ramon, 43 anni, volto con tratti indigeni e pelle scura, qui quelli come lui li chiamano “zambo” (incrocio fra indio e afro), di solito non per fare un complimento (è uno dei tanti insulti che scagliano contro Chavez). Fino a quei giorni di febbraio, la ricchezza petrolifera del Venezuela aveva illuso un po’ tutti. Gli anni delle vacche grasse, quelli dei continui aumenti del prezzo dell’oro nero, erano finiti da un pezzo, ma il sistema politico, corrotto fino al midollo e incapace di qualsiasi cambiamento, cercava di sopravvivere ad ogni costo, spacciando bugie vergognose come progetti politici. Carlos Andrés Pérez aveva vinto per la seconda volta le elezioni presidenziali promettendo il ritorno alla “Venezuela saudita”, quella degli anni Settanta, della cuccagna sciocca delle classi dominanti. Nessun vero investimento produttivo, un’economia che smette di crescere nel ’78, una popolazione che in dieci anni passa da otto a quasi 15 milioni di persone, assorbendo l’emigrazione povera dai paesi vicini, dalla Colombia in particolare, un debito interno ed internazionale alle stelle: quando il presidente parolaio adotta le prime drastiche misure (in particolare l’aumento del prezzo dei trasporti e del carburante) e i commercianti all’ingrosso fanno sparire i prodotti di prima necessità per speculare sull’inflazione incipiente, la rabbia dei poveri esplode, i nuovi barbari calano dai barrios in città e si mettono a saccheggiare di tutto.
La risposta del governo fu un massacro generale, indiscriminato, trecento morti ufficiali, quasi sicuramente un decimo degli omicidi veri.. “Spararono addosso a poveri immigrati clandestini che non sapevano neanche cosa stava accadendo. Raffiche di mitra tutta la notte, fu una cosa terrificante”, racconta Ramon. Lui aveva appena iniziato la discesa finale verso il posto più basso della società, perché la sua vita si divide in prima e dopo la galera: “Nel febbraio ’87 accadde il fatto che mi ha cambiato la vita: facevo la guardia privata, ho beccato due ladri all’interno del parcheggio che sorvegliavo. Per un riflesso metallico, ho pensato che fossero armati, ho sparato e ne ho ucciso uno. Un errore, uno sbaglio che mi è costato un anno e mezzo di carcere. Da quando sono uscito, con la crisi economica, non ho più trovato un lavoro. Da tre anni vivo così, raccattando lattine”.
La storia di Ramon è probabilmente simile a quella di molti altri venezuelani poveri. Suo padre ha avuto figli con un’altra donna, sua madre con un altro uomo: “Ho otto fratelli in tutto, ma due neanche li conosco”. I suoi non sono in grado di mantenerlo, riesce a cavarsela grazie ai familiari della madre fino a nove anni, quando viene “adottato” da un uomo che lo porta via con qualche regalo e tante parole. A undici anni, finite le scuole elementari, viene mandato a lavorare. Si alza alle quattro di mattina per portare la farina ai locali che preparano le arepas, una specie di focaccia fritta e farcita tipica di queste parti. Cinque anni di sfruttamento e maltrattamenti, la poca assistenza demandata ad un centro per l’infanzia abbandonata: ancora oggi il ricordo di quegli anni cruciali porta a galla un dolore rimosso ma non dimenticato, l’ingiustizia subita da un bambino innocente. A 14 anni Ramon scappa dalla “protezione” dell’uomo e se ne va a Caracas, facendo ogni tipo di lavoro: fattorino, domestico, operaio, camionista. In quegli anni i poveri riescono a vivere delle briciole che avanzano nella spartizione della torta che proviene quasi esclusivamente dal petrolio di stato: un sistema che coinvolge i due principali partiti politici (centrosinistra e centrodestra, il perfetto bipolarismo della corruzione), i sindacati, gli imprenditori, le banche e la Chiesa cattolica.
Chi è dentro il sistema, vive sostanzialmente di rendita; chi è fuori, tira a campare. Ma quando Ramon finisce il servizio militare e inizia a lavorare come guardia giurata, il miraggio della ricchezza venezuelana, senza paragoni rispetto a qualsiasi altro paese latinoamericano, comincia a svanire. In vent’anni, dal 1983 a oggi, il lavoro sparisce, la povertà dilaga: oggi oltre il 50 per cento della forza lavoro è “informale” (lavori saltuari in nero e bancarelle ambulanti dappertutto), mentre l’ottanta per cento dei salariati guadagna lo stipendio minimo, 200mila bolivares al mese (circa 100 dollari). Il problema è che nel frattempo c’è stata la “rivoluzione bolivariana”, dopo la strabiliante vittoria dell’ex golpista Hugo Chavez alle presidenziali del ’98, la nuova costituzione e il nuovo mandato, quasi plebiscitario, per l’ufficiale in pensione dei paracadutisti. “Ho votato per lui, come tutti noi” spiega Ramon, che cerca di difendere il “suo” presidente, nonostante tutto. “Con hambre y desempleo, con Chavez me resteo” , questo lo slogan degli ultimi, fedeli a Chavez anche nelle avversità, appunto “con la fame e la disoccupazione”. E’ una questione di linguaggio, di empatia, di rispetto. Chavez è un vero uomo del popolo, sa parlare alla povera gente, fa sentire gli ultimi rispettati, è rimasto un uomo semplice nonostante l’enorme potere di cui dispone, ha riportato alla partecipazione politica milioni di persone che erano fuori dal sistema, che erano fuori da tutto. Fine dei meriti del “presidente dei poveri”. Nella realtà concreta, il Venezuela non sembra cambiato di una virgola. Le buone intenzioni (sulla buona fede di Chavez pochi dubitano) sono rimaste tali, a parte alcune misure nella scuola e nella sanità, del tutto insufficienti ad invertire la rotta. E’ soprattutto lo scarto fra le roboanti, torrenziali dichiarazioni del presidente (unica vera similitudine con Fidel Castro) e la povertà di realizzazioni che diventa insopportabile. Il dato più importante dei suoi primi anni di governo è stata la riduzione dell’inflazione: davvero poco per una rivoluzione.
Certo, guardando l’opposizione, viene da pensare che il rimedio è peggiore del (presunto) male. Il linguaggio della stampa e delle televisioni
private oscilla fra la paranoia, l’insulto e l’istigazione a delinquere, a parte poche eccezioni. Se la tanto annunciata guerra civile finora non c’è stata, si deve probabilmente alla pazienza del popolo venezuelano, che sembra più saggio della sua classe dirigente, soprattutto negli strati più bassi della società.. Forse Chavez ha innescato meccanismi che miglioreranno la situazione a prescindere da lui e dagli oppositori.
Così, si torna per strada, a cercare di capire perché c’è così tanta paura, così tanto odio in un paese che sembra avere un’ indole gentile, allegra, una riuscita miscela di caratteristiche latine e caraibiche, mescolate nei cromosomi di una delle più belle gioventù del mondo. Di gente come Ramon ci si può fidare. I vestiti che porta addosso non rendono onore alla dignità e profondità del suo sguardo, al suo linguaggio pacato, alla sua sincera fede in Dio. Basta poco, a volte, per scoprire piccoli tesori di umanità perduta o abbandonata, a seconda della sfortuna, dell’ingiustizia o dei propri errori, dei propri peccati. Ida, per esempio. Capace di fare bellissimi disegni senza staccare la matita dal foglio, lei, ex studentessa di Belle Arti, rovinata dal crack, che qui chiamano piedra, e costa sette dollari al grammo, come la cocaina. Basta un po’ di rispetto, un po’ di tenerezza e qualche dollaro per il materiale (spago, filo di rame, nastrini di pelle, ciondolini) e sfodera piccoli capolavori di artigianato di strada. Qualcuno, come Alex, parcheggiatore abusivo, ha ancora un po’ di spavalderia giovanile, perché se la cava in quattro lingue ed ha fatto il marinaio, ma la droga lo tiene saldamente ancorato a queste strade sporche e puzzolenti, in una zona che altrimenti potrebbe essere perfino attraente. Alex si inventa storie per avere un po’ di soldi, ma anche lui è riconoscente a modo suo, ti regala un braccialetto che probabilmente ha scippato qualche ora prima.
Ramon è più uomo, non smette mai di lottare, crede di poter risalire la china anche se l’età gioca contro di lui. Ci vuole pazienza, per fare il latero, ci vogliono scarpe buone e fede: svariate decine di lattine per raccogliere un chilo di alluminio, un chilo per 5mila bolivares, due dollari. Quando va male se ne tirano su due a malapena. Se va bene, si arriva anche a dieci chili. In media, Ramon campa con sette-otto dollari al giorno, salvo eventi provvidenziali (come incontrare due reporter italiani nei quartieri popolari di Caracas). Perché lui non ruba, non spaccia, non chiede l’elemosina (anche se ovviamente accetta volentieri di essere aiutato). Ha imparato ad essere paziente, non a caso cita la storia biblica di Giobbe, l’uomo che venne provato duramente da Dio, ma non lo bestemmiò mai: “Dobbiamo andare avanti: il Regno dei Cieli è per i coraggiosi”.

Cesare Sangalli