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Una donna (altruista) d'altri tempi
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Una donna (altruista) d'altri tempi.


Zia Lina era una donna grassa, generosa, altruista, dispensatrice di pastasciutte e premure. Una parente che non era propriamente una vera zia, ma la cugina più piccola di mia nonna. Nonna Marina era rimasta orfana di madre da bambina e, con un padre poco raccomandabile, era stata allevata e cresciuta con amore in casa della famiglia di zia Lina, che aveva una sorella di nome Clara. Poi, Clara, Lina e Marina, donne di casa, si sposarono ed ebbero dei figli, continuando però a frequentarsi. Rimasta vedova, nonna andò ad abitare nella casa nuova della figlia maggiore, Luciana, mia madre, anche lei sposata e con tre figli. Mia madre, donna bella e radiosa, ha sempre lavorato, ma non era troppo faticoso per lei portare avanti gli impegni di lavoro, la casa, la cura del marito e dei bimbi; anzi, l'immagine più frequente che ho nei miei ricordi di bambina, è quella di lei che ricamava in poltrona accanto al camino o a curare il giardino. Questo perché nonna pensava a lavare e a stirare, mentre zia Lina si occupava della cucina, che era il suo regno. Benché abitasse in una casa di sua proprietà, c'era un accordo sottinteso, per cui tutti i giorni faceva la spesa per la mia famiglia e poi veniva a cucinare a casa nostra e mangiavamo tutti insieme, compreso suo marito, Elbano. Quindi, ogni giorno a tavola eravamo almeno in otto e spesso, quando era in crisi con la moglie, era ospite anche il fratello di mamma, Mario, e non era raro trovare a sorpresa qualche collega di lavoro di mio padre, bancario epicureo decisamente atipico, amante dei piaceri dell'amicizia e della buona cucina. La domenica, poi, si aggiungevano il figlio, la nuora e il nipote di zia Lina e, come se non bastasse, era ospite fisso anche il prete del paese, spesse volte accompagnato dalla nipote, cosicché era facile e "normale" avere una tavolata di 15 persone chiassose. Il problema sorgeva quando eravamo in 13 perché zia Lina era superstiziosa, pensava che portasse male, e allora  prendeva il piatto e si sedeva a mangiare su una panca poco distante dal tavolo. I pranzi domenicali erano abbondanti, con i crostini toscani, i ravioli al ragù fatti in casa, la faraona al forno con le patate e i finocchi o carciofi fritti ... Durante quei pranzi ognuno portava il suo contributo di umanità, tra dispetti di bimbi, pettegolezzi, risate, urla, discussioni di politica e di corna di paese. Al momento del caffè, a volte arrivava Pasquale, cugino di mia mamma, figlio di zia Clara, che con le sue battute argute e velenose rianimava la discussione e tutto ricominciava. Dunque, sono cresciuta in una casa accogliente e aperta agli altri e ancora oggi, che i miei genitori hanno passato la settantina, si divertono le sere d'estate a gozzovigliare e a bere con tanti amici, sotto una pergola d'uva. La loro filosofia di vita è che c'è sempre un motivo per brindare ... Ogni tanto porto i miei due figli a casa dei miei, perché assaporino quell'atmosfera di gioioso caos e anche se come numero di familiari siamo parecchio diminuiti, loro rimpiazzano la quantità con gli amici, così è facile trovarsi seduti accanto a un console o a un contadino, a un industriale e a un muratore, e non sono mai pranzi noiosi. Zia Lina e nonna invece non ci sono più, ma i miei genitori, da quando sono in pensione, hanno imparato a cucinare e a riversare sugli altri l'allegria e l'altruismo trasmessi da zia Lina, che si preoccupava di tutti, ci prendeva per la gola, ci sgridava, ci proteggeva e per tutti aveva attenzioni e un cuore traboccante d'amore, che non ha retto poi agli ultimi anni passati in carrozzella, preoccupandosi sempre del benessere degli altri prima che di se stessa. Ora nessuno, purtroppo, è più in grado di cucinare il sugo di pomodoro gustoso come lo faceva lei, che insaporiva le pietanze con il sale della vita e condiva tutto con l'amore, senza chiedere il conto a nessuno.

Federica Franceschini