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Nero come il petrolio - nuovo
Per un pugno di grano - nuovo

 

Osservatorio africano

Nero come il petrolio
(ovvero: la leggenda di Jomo Gbomo)

Pubblicato su “Galatea”, 2008

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Trentacinque anni fa sembrava tutto più chiaro. Lo shock petrolifero dell’inverno 1973-74 costrinse tutti quanti ad andare in giro in bicicletta, la domenica. Il mondo cosiddetto sviluppato entrò in una fase di ristagno economico accompagnato da inflazione. Il prezzo del petrolio era quadruplicato nel giro di pochissimo tempo, raggiungendo un prezzo che, rivalutato correttamente, corrispondeva ai settanta dollari attuali al barile. Ma c’era stata la guerra del Kippur, e tutti i paesi arabi sembravano coalizzati nel voler dare una lezione all’Occidente. O almeno questa era la spiegazione principale.
Oggi nessuno sembra in grado di spiegare lo spaventoso aumento del prezzo dell’oro nero, più che raddoppiato nel giro di tre anni, e più che triplicato dal 2000. Il consueto discorso sulla legge della domanda e dell’offerta non convince del tutto, perché nessuna economia, neanche quella cinese, ha ritmi di crescita così elevati. A sentire Loretta Napoleoni, che aveva la spiegazione più convincente sull’impennata dei prezzi delle derrate alimentari (vedi “Galatea” di giugno), il boom del petrolio sarebbe soprattutto un sintomo della minore forza contrattuale dei paesi consumatori nei confronti di quelli produttori. I produttori investirebbero i profitti non più nei mercati finanziari americani ed europei, ma in fondi “sovrani” che si rivalutano seguendo il corso del petrolio stesso, e quindi accompagnano e alimentano la spinta speculativa. In altre parole paesi come la Russia o il Venezuela cercherebbero di fare cassa il più possibile in questi anni, aumentando contemporaneamente a dismisura il valore delle proprie riserve petrolifere, e quindi anche il potere contrattuale. Forse nel caso della Russia e del Venezuela, dove il settore energetico è controllato dallo stato, e lo stato è dominato da un uomo forte (Putin o Chavez), il discorso può anche essere valido. Ma in generale è molto difficile pensare che il fiume di soldi (cash flow, come dicono gli economisti) generato dai continui aumenti dell’oro nero vada a riequilibrare i rapporti di forza nel mondo. Si sente puzzo di fregatura lontano un miglio. Anche perché ragionare in termini geografici o nazionali  sembra nascondere la vera essenza dell’economia ai tempi della globalizzazione.
E allora, ancora una volta, può essere utile guardare il mondo da una prospettiva africana. L’Africa subsahariana è l’ultimo grido in fatto di petrolio. E’ l’unico continente che presenta ancora ampi margini di sfruttamento, perché ci sono importanti giacimenti da localizzare, a cominciare dal martoriato Darfur, e altri già individuati da utilizzare nel giro di pochi anni (l’ultimo in ordine di tempo si trova nel poverissimo Niger, ed è già monopolio dei cinesi, che devono realizzare l’oleodotto). Fra una decina di anni un terzo del petrolio consumato nel mondo verrà dal Continente Nero (per ora siamo ad un importante 10 per cento). Ma chi annuncia il prossimo boom economico dell’Africa, come l’ineffabile docente di Berkeley Edward Miguel, mente sapendo di mentire. La storia delle materie prime è vecchia quanto il colonialismo, e tutti in Africa sanno come va a finire. Soprattutto nel più importante e antico stato produttore africano, cioè la Nigeria.
Com’è semplice l’economia, vista dal basso delle strade di Port Harcourt o di altre località nel delta del Niger, dove si concentra tutta l’estrazione del petrolio nigeriano. Non abbiamo avuto molti dubbi, nel 1999, a titolare il reportage per “Galatea”,“Nigeria, i vampiri del petrolio”. E a citare subito, in apertura, l’elenco dei colpevoli: Shell, Mobil, Chevron-Texaco, Elf, Total e Agip.
La torta petrolifera era spartita molto semplicemente. Alle multinazionali e ai loro burattini del governo nigeriano fiumi di soldi; alla gente del posto povertà e inquinamento. Il danno e la beffa. Su questa rubrica, qualche anno dopo, a dieci anni dall’impiccagione dello scrittore Ken Saro Wiwa, attivista per i diritti del suo popolo, gli Ogoni, scrivevamo che, anche dopo la fine della dittatura militare, la sostanza non era minimamente cambiata, come il vecchio padre di Ken SaroWiwa, recentemente scomparso, aveva capito fin dall’inizio (“Galatea”, dicembre 2005).
In realtà, proprio in quel momento nasceva il più abile nemico delle multinazionali, l’incubo del corrotto governo nigeriano che è il cane da guardia dei loro interessi, e cerca invano di proteggere impianti, installazioni e personale con un esercito altrettanto corrotto. Stiamo parlando del MEND e del suo leader, Jomo Gbomo.
Il MEND è il Movimento per l’emancipazione del Niger Delta. Più che un’organizzazione guerrigliera, è un “cartello”che riunisce molti dei gruppi che da più di un decennio, come tanti piccoli Robin Hood, colpiscono le compagnie petrolifere presenti nella zona. E’ chiaro che molti di questi gruppi stavano nella zona grigia fra la lotta in nome di popoli sfruttati e la delinquenza comune. Il MEND rappresenta l’evoluzione dell’anarchia a sfondo etnico che regnava in tutta l’area: ha una strategia chiara (colpire esclusivamente le compagnie sabotando la produzione, evitare vittime civili, fare rapimenti a scopo principalmente dimostrativo, combattere l’esercito solo se l’esercito interviene), un obiettivo preciso (ottenere il controllo delle risorse petrolifere da parte dei popoli del Niger Delta, anche a costo della secessione dalla Nigeria) e soprattutto un leader, o meglio, un portavoce: Jomo Gbomo. Chi è Jomo Gbomo? Nessuno lo sa veramente. Alcuni sostengono che lo pseudonimo nasconda in realtà un soggetto collettivo, una sorta di direttorio del MEND. Fatto sta che Jomo Gbomo da tre anni firma tutte le azioni del movimento, rivendicandone o smentendone la paternità. Il lungo sequestro dei tecnici italiani era senz’altro opera del MEND, e Jomo Gbomo ha puntualmente seguito le trattative del rilascio, avvenuto ufficialmente senza il pagamento di nessun riscatto. Dalla sua mailbox, che usa un server sudafricano, partono messaggi scritti in un ottimo inglese,  dal tono ora laconico ora ironico. Non ha le pretese pedagogiche del subcomandante Marcos, ma sicuramente sa che una comunicazione efficace può essere più utile dei kalashnikov e dei lanciarazzi. Dei guerriglieri dice: “Non siamo né comunisti, né rivoluzionari: siamo semplicemente uomini molto amareggiati”. Le sue argomentazioni non fanno una piega: Jomo Gbomo ha ragione su tutta la linea. Come dargli torto, quando afferma che la lotta non violenta non ha portato nessun risultato, e che i paesi occidentali si muovono soltanto se vengono colpiti i loro interessi? In tre anni di attività, il MEND è riuscito a ridurre di quasi mezzo milione di barili  la produzione giornaliera della Nigeria, che nel frattempo è stata superata dall’Angola. E proprio dall’Angola, il 3 settembre 2007, arriva la notizia clamorosa: è stato arrestato Jomo Gbomo. Che in realtà si chiama Henry Okah, è un giovane ingegnere navale nigeriano che vive in Sudafrica con la moglie e quattro figli. La sua storia ricorda in parte quella di Ken Saro Wiwa. Figlio di una famiglia benestante del Niger Delta (il padre è ufficiale di marina), Henry Okah è cresciuto a Lagos, frequentando scuole private, e laureandosi in ingegneria nautica. Il consueto mondo a parte dei ricchi. Ma alla morte della madre, torna per i funerali nei luoghi di origine della famiglia, e rimane sconvolto nel vedere in che condizioni vive la sua gente. In seguito all’impiccagione di Ken Saro Wiwa, decide di dedicarsi alla lotta per il riscatto dei popoli del Niger Delta. In pochi anni ha contribuito “a trasformare un gruppo di teppisti in un movimento ben pubblicizzato, che ha saputo far conoscere al mondo i problemi della gente del Delta”, secondo le parole del fratello.
Arrestato senza un’accusa formale, estradato illegalmente in Nigeria nello scorso febbraio, Henry Okah forse è stato ucciso in prigione dal governo nigeriano. O forse è ancora vivo. Il MEND chiede che la Croce Rossa possa verificare il suo stato di salute. Amnesty International appoggia questa richiesta.
Fatto sta che, dopo alcuni mesi di tregua trascorsi invano, il MEND è tornato a colpire e Jomo Gbomo a comunicare. L’ultimo attacco ad una piattaforma della Shell, il 21 di giugno, è stato spettacolare. I Robin Hood della giungla di mangrovie sull’Atlantico possono colpire dove e quando vogliono. Nel frattempo, la Shell ha lasciato la regione degli Ogoni, con grande soddisfazione del figlio di Ken Saro Wiwa. E l’associazione ambientalista “Friends of the Earth”, anglo-olandese come la Shell, è riuscita, insieme ad un gruppo di nigeriani, ad aprire un procedimento legale contro la compagnia  ad Amsterdam. Il processo costituirebbe un precedente clamoroso, ed è per questo che non ne parla nessuno. Questioni di una valenza enorme sono relegate in poche righe nelle pagine interne dei quotidiani, quando va bene.
La gente continua non sapere perché il petrolio costa così tanto. E’ chiaro che la minore produzione nigeriana contribuisce ad aumentare il prezzo. Quelli del MEND lo sanno benissimo, e sperano che alla fine i consumatori occidentali, esasperati dal caro vita, cominceranno a fare qualche domanda agli esperti di politica e di economia, e ai giornalisti. Per il prestigioso “Economist”, la “verità” sull’aumento del costo del barile è “semplice”: “trovare e sviluppare nuovi giacimenti petroliferi è un’attività costosa e lunga”. Sarà. Ma intanto un’allieva della scuola di giornalismo di Milano, Chiara Andreola, ci informa che i guadagni della Shell nel primo quadrimestre di quest’anno sono cresciuti del 15 per cento rispetto allo stesso periodo 2007.  Per orientarsi in una situazione complicata, i latini si chiedevano “a chi serve”? In Africa lo sanno tutti. In Europa, la Shell dovrà forse spiegarlo ai giudici.

                                                                                     

 Cesare Sangalli 

 

Per un pugno di grano
(pubblicato su “Galatea”, 2009)

Su una cosa sembrano tutti d’accordo: l’eccezionale aumento dei prezzi delle derrate agricole sta portando verso la fame un miliardo di persone, e respingendo verso la povertà estrema una quantità ancora più grande (quelli che “The Economist” chiama “middling poor”, gente che guadagna due dollari al giorno), provocando le prime “rivolte del pane” in mezzo mondo, da Haiti all’Egitto, dal Camerun alle Filippine.
Ma quando si passa ad analizzare le cause, le strade cominciano a divergere,  e gli economisti finiscono per sostenere tesi diametralmente opposte. Qualcuno direbbe: “E’ l’economia, bellezza”. Studiata come scienza, fra grafici e complesse funzioni matematiche, l’economia avrebbe le sue leggi implacabili, che poi sono quelle dettate dall’unica suprema legge di mercato, quella della domanda e dell’offerta.
Ora, rispetto al costo sempre più elevato del cibo, la teoria numero uno dice: la domanda continua ad aumentare, sia perché siamo di più, sia perché in paesi come Cina e India i consumi di certi prodotti (come la carne) sono cresciuti esponenzialmente negli ultimi decenni. Per fare un esempio (fonte: “L’Espresso”), il consumo di carne pro capite in Cina sarebbe più che raddoppiato, passando da 20 a 50 chili all’anno. Stesso discorso per il consumo di pane, che anche nell’Africa urbanizzata è diventato abitudine quotidiana. A fronte di questo aumento della domanda, l’offerta non è cresciuta abbastanza, per diversi fattori: difficoltà climatiche (siccità in Australia, gelate in Russia e Ucraina), avvento dei biocombustibili in almeno due grandi produttori di cereali come Brasile e Stati Uniti e, ultimamente, eccessiva paura da parte di alcuni paesi che hanno bloccato o limitato le esportazioni per fare fronte alla domanda interna (Argentina, Egitto, Vietnam). Senza tralasciare che il boom del prezzo del petrolio ha inevitabilmente ricadute sui costi della produzione agricola. Le soluzioni? Tamponare le emergenze più gravi con i soliti aiuti umanitari, ma evitare ogni politica protezionista o di prezzi calmierati all’interno, che distorcono il mercato e scoraggiano gli agricoltori dal produrre di più, ora che è diventato più conveniente. In secondo luogo, migliorare la produttività, facendo ricorso alla ricerca scientifica, a partire da una massiccia immissione di prodotti OGM (geneticamente modificati), che resistono meglio alle variazioni climatiche e danno più risultati senza dovere per forza allargare le superfici coltivabili. Insomma, fiducia eterna nel libero mercato.
La teoria numero due sostiene invece che non è vero, in generale, che il cibo non è sufficiente; è solo che il suo costo è fuori dalla portata di moltissime persone. Questo accade essenzialmente per due motivi. Intanto la globalizzazione, cioè la libera circolazione di beni, servizi e capitali in tutto il pianeta, ha reso dipendenti dal punto di vista alimentare molti paesi del sud del mondo (o Terzo Mondo, se preferite) da quelli del nord, a partire da Europa e Stati Uniti (tanto che gli aiuti umanitari servono soprattutto a smaltire le loro eccedenze);. In secondo luogo, è in atto una gigantesca speculazione finanziaria sulle derrate agricole (proprio come sul petrolio), che ha visto in azione non soltanto i soliti mostruosi giganti dell’agroalimentare, ma anche nuovi grandi investitori a caccia di settori economici meno volatili. E niente continuerà ad avere un valore stabile più del cibo, la risorsa primaria insieme all’acqua. Quindi, il vero problema non è la produzione di cibo, ma la sua distribuzione e la ripartizione della ricchezza monetaria prodotta. Che poi in alcuni paesi pone il problema dell’accesso alla proprietà della terra. Il caso dell’India è da manuale, in questo senso. Parliamo di un paese che ha una crescita del nove per cento all’anno, e che, avendo raggiunto i 3mila dollari annui di reddito pro capite, non fa più parte dei 60 paesi più poveri del mondo. Un paese che si è industrializzato, che adesso produce automobili (con la Tata che compra la Rover) e che ha settori di eccellenza, come l’ingegneria informatica.. Un paese che resta comunque essenzialmente rurale, dal momento che metà popolazione lavora in agricoltura, e che comunque è in grado di esportare riso. Ebbene, in India 100 milioni di persone rischiano di morire di fame, e molte di più fanno comunque fatica ad avere un’alimentazione sufficiente, come ricorda Loretta Napoleoni su “Internazionale”. Perché? Perché la stragrande maggioranza degli agricoltori (il 70 per cento) è costituita da salariati e braccianti che lavorano per circa due dollari al giorno, e non hanno la minima possibilità di cambiare le cose, perché non hanno neanche una minima porzione di terra.
E qui veniamo finalmente all’Africa. Che come sempre rappresenta un caso unico, una storia a parte, carica di eccezioni e di paradossi. Intanto, il rischio fame (che per molti africani è già una certezza, più che un rischio) riguarda soprattutto i paesi dell’Africa subsahariana. La prima ragione è elementare: è la zona del mondo, escluso il Medio Oriente, che più dipende dalle importazioni di cibo: il 71 per cento del totale. Quasi tre volte la percentuale dell’America latina, che quindi è un continente molto meno a rischio, dal punto di vista dell’autosufficienza alimentare. Questa dipendenza è già di per sé un paradosso, perché l’Africa nera non è sovrappopolata, perché la terra fertile non manca, in generale, e perché le popolazioni sono ancora in maggioranza dedite all’agricoltura. E non è neppure un problema di accesso alla proprietà, come in India o in America latina, perché in gran parte gli agricoltori africani sono proprietari della terra che coltivano, per quanto piccola possa essere la porzione. Da dove nasce, allora, la penuria di cibo, che in molti casi diventa letale? Stando all’immagine spesso apocalittica che ci rimandano i media, si direbbe che la scarsità nasce da una serie biblica di disgrazie naturali, che possono essere la siccità, l’invasione delle cavallette, la desertificazione per i paesi del Sahel. Senza dimenticare le tante “guerre a bassa intensità” che affliggono il continente. Ma questi fattori, per quanto importanti, non vanno al nocciolo del problema. Il caso della carestia in Niger del 2005 lo illustra perfettamente. C’erano tutte le componenti citate sopra: una terra in gran parte desertica, la siccità, le locuste, il conflitto interno con i tuareg. Eppure, spiega ancora Loretta Napoleoni, la produzione agricola era scesa solo del 7,5 per cento. Il fatto è che il governo del Niger aveva liberalizzato il mercato dei cereali qualche anno prima, attirando l’attenzione di alcune grosse società di import-export. Incredibile ma vero, mentre arrivavano battelli con gli aiuti alimentari, ne partivano altri con i cereali e altri prodotti destinati all’esportazione. Questa è la razionalità del libero mercato, anche se sono ancora tanti quelli che fanno orecchie da mercante. Alla borsa di Chicago, sede delle grandi manovre speculative, la fame di un miliardo di persone non interessa a nessuno. Come direbbe un bravo manager, “non rientra nella nostra mission”.  La cosa può anche non scandalizzare in sé.  Lo scandalo è continuare a teorizzare che lasciare il pianeta nelle mani di chi pensa solo ai profitti personali o del suo gruppo sia la politica migliore per tutti. Guarda caso, tornando alle due versioni citate in apertura, la prima è sostenuta dall’autorevole “Economist” che non cita nemmeno per sbaglio il problema della speculazione finanziaria, mentre gli economisti che sostengono la seconda teoria non omettono le cause tirate in ballo dai primi, gli eterni liberisti che sarebbero invece pronti a tacciarli di visioni “ideologiche”.
“Lo stato, non il mercato, deve essere responsabile del benessere dei cittadini, soprattutto nei paesi in via di sviluppo” dice Amartya Sen, premio Nobel per l’economia. E aggiunge che in fatto di fame l’India è messa peggio delle regioni dell’Africa subsahariana.  Ennesimo paradosso, che certo non si spiega con una maggiore presenza dei governi centrali, che in Africa contano pochissimo, e che hanno abbandonato da anni le già deboli politiche di sostegno all’agricoltura, delegando tutto il delegabile alle multinazionali. Se questo succede, è solo perché il Continente Nero è l’ultimo dei mercati mondiali, e quindi ha ampie nicchie che sfuggono alle logiche predatorie del grande business. In altre parole, e molto semplicemente, gli agricoltori lasciano perdere i cosiddetti cash crops (raccolti di prodotti di esportazione, come il cotone, il tabacco, il tè, le arachidi) e si concentrano sui food crops  ( i raccolti di prodotti destinati all’alimentazione locale). Qualche volta perfino con il sostegno (necessario più che mai) del governo nazionale. E’ per questo che paesi poveri come il Mali e il Burkina Faso appaiono in grado di salvarsi dallo “Tsunami silenzioso” (come lo ha chiamato una dirigente del WFP) che si sta abbattendo sul mondo.
La sostanza, comunque, è sempre quella, per l’Africa come per il resto del mondo: il libero mercato, soprattutto per come si è sviluppato negli ultimi decenni, pretende di essere la soluzione, quando in gran parte costituisce il problema.  Ma i sostenitori del capitalismo sanno mentire così bene che solo le catastrofi riportano i popoli al senso di realtà. Tanto nel Terzo Mondo quanto nel Primo: ora che mangiare costa di più anche per noi, cominciamo finalmente a porci qualche domanda. Certo, a fronte della sfida planetaria, uno si chiede che cosa mai può fare. Be’, Loretta Napoleoni non ha dubbi: quello che facevano i nostri nonni. “Per ridurre la fame nel mondo e frenare il carovita bisogna cominciare a mangiare cibi locali e stagionali, fare la spesa più spesso e comprare di meno”. 

                                                                             

Cesare Sangalli

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