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I figli del "colonialismo straccione"
Ombre cinesi sul Continente nero
In piedi, entra la Corte
L'altro Congo

Un fallimento chiamato Kenya - nuovo

Osservatorio africano

La seconda generazione

Nkuruziza in lingua kirundi significa “lieto annunzio”. Un po’ come la parola “Vangelo”, la “Buona Novella”. Pierre Nkuruziza è il nuovo presidente del Burundi, e il lieto annunzio che rappresenta è che la guerra è finita, la dittatura militare pure e forse anche l’odio fra hutu e tutsi. La storia drammatica del Burundi, gemello del martoriato Ruanda e molto meno conosciuto solo perché in Burundi non si è arrivati al genocidio, non autorizza facili ottimismi. Però il lungo, difficilissimo processo di pace iniziato nel 2000 è arrivato ad una conclusione, e quella che sembrava davvero una missione impossibile si è conclusa con un grande successo: una nuova Costituzione, approvata a larghissima maggioranza, elezioni democratiche (le seconde nella storia del paese), e appunto, un nuovo presidente.
E’ vero che il Burundi è un piccolo stato, grande come una regione italiana, anche se densamente popolato (sette milioni di abitanti): ma certe “buone notizie” meriterebbero un po’ più di spazio, visto il peso che si dà a questioni molto meno rilevanti. Perché il Burundi, che evoca nel nostro immaginario l’Africa destinata a rimanere sconosciuta, un paese da “Bingo Bongo” il cui nome fa solo sorridere, ha una storia che ci riguarda da vicino, una storia tremenda, che parla di colonialismo, di ONU, di Chiesa cattolica, di Belgio, Francia e Stati Uniti. L’Africa nera continuerà a essere a lungo lo specchio in cui non ci vogliamo guardare, ed è proprio la sua storia così recente che ci potrebbe aiutare a capire meglio come funziona il mondo.
Il Burundi, come il Ruanda, era ai primi del Novecento una colonia tedesca, che venne occupata dall’esercito belga durante la Prima Guerra Mondiale. I belgi partirono dal Congo, il paese che forse più di ogni altro ha scritto la vera storia dell’Africa nera, nera come la coscienza delle potenze occidentali che l’hanno sfruttato (e continuano a farlo) senza pietà per più di un secolo. Una ricchezza mineraria immensa considerata proprietà privata di un piccolo, odioso re europeo, Leopoldo. E non stiamo parlando del Medioevo. Parliamo della prima metà del secolo scorso, con gli africani considerati e trattati come servi della gleba, destinati a servire umilmente i loro padroni bianchi, sperando, in alcuni casi, di salire qualche gradino nella scala sociale. E tutto questo con la solerte benedizione della Chiesa cattolica, che nelle tre colonie belghe vantava la percentuale più alta di convertiti, in concorrenza solo con le arretratissime colonie portoghesi (Mozambico, Angola, Guinea Bissau).
Parlando del Ruanda (“Galatea”, maggio 2005) si è visto quanta nefasta sia stata l’influenza dell’amministrazione coloniale belga nel sancire la distinzione etnica fra hutu e tutsi, che prima non era così marcata. Nel Burundi è successo lo stesso. Si può pensare che, purtroppo, fino agli anni Trenta il colonialismo era ampiamente giustificato, e non solo dai regimi fascisti (anche Mussolini da questo punto di vista non ha inventato niente, come spiega magistralmente lo storico Angelo Del Boca ).
Però, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’istituzione dell’ONU, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948), l’emergere dei paesi del sud del mondo, dall’Egitto all’India, passando per il Vietnam e l’Indonesia, si potrebbe pensare ad un radicale cambiamento. Il Belgio ha avuto oltre 15 anni per preparare l’indipendenza delle sue colonie, che adesso gestiva in “amministrazione fiduciaria”.
Una fiducia davvero mal riposta, visto che gli antichi sfruttatori, a cui si erano aggiunti gli Stati Uniti, non avevano alcuna intenzione di rinunciare ai propri privilegi, ed erano pronti a tutto per mantenerli, anche a far assassinare i nuovi leader progressisti, come Patrice Lumumba, o a scatenare guerre per conto terzi (come avvenne fin da subito in Congo con la secessione del Katanga). La zona dei Grandi Laghi, fra Repubblica democratica del Congo, Ruanda e Burundi è stata fin dagli anni Sessanta lo scenario in cui si sono mossi mercenari e avventurieri, guerriglieri e imprenditori senza scrupoli, missionari coraggiosi e rivoluzionari disorientati (Che Guevara, vedi “L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte”).
Nazioni nate già malate, leader grotteschi manovrati come burattini, che rendono l’indipendenza di molti stati africani assai virtuale. Il Burundi nasce addirittura come regno, nel 1962, di una debole dinastia tutsi che non controlla niente. Nel giro di quattro anni, il potere passa in mano ai militari, come è già avvenuto in quasi tutto il continente. Un uomo solo al comando, molto spesso in divisa: questo appare il destino dei nuovi stati che si affacciano alla modernità dovendo recuperare il gap che il colonialismo ha soltanto aumentato. Sono pochi i presidenti africani dotati di autentico carisma, di una visione nazionale, di un progetto politico: Julius Nyerere in Tanzania, Jomo Kenyatta in Kenya, Kenneth Kaunda in Zambia, Félix Houphuet Boigny in Costa d’Avorio, Kwame N’Krumah in Ghana, Léopold Sadar Senghor in Senegal. Quasi tutti tenderanno a trasformarsi in autocrati, con poche eccezioni. E’ la concezione paternalistica della politica, di cui il Nordafrica arabo non si è ancora liberato. Il resto è rappresentato appunto da militari, spesso di basso rango (dal sergente Bokassa al sergente Idi Amin Dada, passando per il tenente Mobutu), che raggiungono livelli aberranti di corruzione, depravazione e manie di grandezza.
La prima generazione politica africana grida vendetta a Dio per il livello miserabile, fatte appunto poche eccezioni. Ma non si ripeterà mai abbastanza che questa classe dirigente era assolutamente funzionale alle esigenze neocolonialiste di Francia e Stati Uniti in primis, e poi di Regno Unito e resto d’Europa (compresa l’Italia, che ha avuto in amministrazione fiduciaria fino al 1960 la Somalia e si è “coltivata” fino all’ultimo -1991 - lo spietato dittatore Siad Barre).
Nessuno ha descritto il presidente-padrone africano come lo scrittore ivoriano Ahmadou Kourouma (vedi reportage sul Ciad, “Galatea” aprile 2005), nel libro “Aspettando il voto delle bestie selvagge”. Autentici totem viventi, sono arrivati quasi tutti fino ai nostri giorni (uno degli ultimi a cadere è stato Eyadéma del Togo, morto all’inizio di quest’anno, probabilmente il dittatore che ha ispirato il personaggio protagonista del romanzo di Kourouma). Qualcuno è stato ucciso, altri sono morti in esilio, altri ancora di vecchiaia e con tutti gli onori (Houphuet-Boigny in Costa d’Avorio), lasciando comunque un’eredità negativa. C’è chi ha perso tutto, e vaga nel suo paese ormai in preda a deliri mistici (Bokassa in Centrafrica). Chi si era convertito e tranquillizzato, ma non pentito (l’ugandese Idi Amin Dada, recentemente scomparso in Arabia Saudita). Insomma, la storia di molti paesi africani coincide purtroppo in gran parte con la biografia di questi capi di stato, alcuni dei quali sono ancora in sella (come l’inossidabile Omar Bongo del Gabon, dal 1967).
Ma la storia cambia, nel bene e nel male. E cambiano gli uomini. Pierre Nkuruziza, per tornare al Burundi, ha solo 40 anni. E’ il primo vero presidente della generazione nata dopo l’indipendenza, cresciuta senza padroni bianchi, e senza dover studiare la storia dei “Galli, i nostri antenati”. E’ un docente universitario, anche se per un periodo ha fatto parte del movimento armato di opposizione degli hutu, e pare sia un fervido cristiano. Prima di lui, il Burundi ha avuto un presidente hutu eletto democraticamente solo nel 1993, Melchior Ndadaye, che fu ucciso dopo pochi mesi dai militari tutsi, cioè da quelli che hanno comandato per oltre 35 anni. Prima con Micombero, che aveva deposto il re, poi con Bagaza, e infine con Buyoya, il più furbo di tutti. Tutti ufficiali dell’esercito originari della stessa regione, quasi una casta, all’interno della minoranza tutsi dominante. Il passato.
Nel presente, il potere non si conquista più con le armi, ma con i voti. E i partiti tradizionali, che erano semplicemente l’espressione politica delle due etnie, sono stati praticamente cancellati. Le nuove formazioni politiche hanno una base più interetnica, anche se la nuova Costituzione affida il 40 per cento delle cariche alla minoranza tutsi (il 14 per cento della popolazione). Un compromesso, nella speranza che un giorno esistano solo cittadini del Burundi, e la tragica distinzione fra hutu e tutsi diventi solo un argomento per ricerche di antropologia culturale. Ma per il momento non è ancora così. E’ già quasi un miracolo se si è arrivati fin qui, e le notizie più recenti dimostrano che anche l’ultima fazione guerrigliera sta smobilitando. Nessuno ne vuole più sapere di violenza, e da ora in poi i pochi guerriglieri rimasti saranno perseguiti come criminali (l’evoluzione più giusta). Resta un paese in ginocchio, con un debito estero che è una volta e mezzo il PIL (in pratica il Burundi produce solo caffè), un debito che nessun G8 si è sognato di condonare. Resta metà della popolazione analfabeta, un tasso devastante di AIDS fra i più giovani (uno su cinque), un’intera società da ricostruire. E’ l’anno zero, arrivato in un presente che in generale resta sconfortante per il continente. Ma è anche un’altra luce che si accende nel buio, dopo Sierra Leone, Liberia, e presto forse anche Repubblica Democratica del Congo. La nuova generazione di leader non può fare peggio della precedente.


Cesare Sangalli