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L'altro Congo

Un fallimento chiamato Kenya - nuovo

 

Osservatorio africano

 

L'altro Congo

 

Molti lo indicano col nome della capitale, Brazzaville, per distinguerlo dalla Repubblica Democratica del Congo (vedi reportage), con capitale Kinshasa, ex Leopoldville. C'è quindi un Congo che fu di Leopoldo, ed era colonia belga, quello più famoso e grande, quello che si è chiamato Zaire, cuore di tenebra dell'Africa e teatro di ogni nefandezza coloniale e postcoloniale; e il Congo più piccolo e meno conosciuto, oggi semplicemente Repubblica del Congo, ex colonia francese che fu scoperto da Brazzà, l'esploratore buono.

Pietro Paolo Savorgnan di Brazzà: italianissimo, nato a Roma, figlio di un'aristocratica famiglia friulana. Decimo di tredici figli, cerca la sua strada in Francia, nella Marina militare. Le coordinate della sua vita sono già segnate: il mare, l'avventura, la Francia.

Subito dopo aver preso la cittadinanza francese, parte per la sua prima spedizione in Africa. E' il 1875, e sono gli anni degli esploratori, a volte innocenti geografi, più spesso avventurieri in cerca di fama e di soldi. Uno di questi è Stanley, quello che qualche anno prima era partito da Zanzibar per ritrovare sul lago Tanganika il dottor Livingstone; il primo a risalire tutto il fiume Congo, praticamente un coast to coast , dall'Oceano Indiano all'Atlantico, in mille giorni e 10mila chilometri.

Stanley è un po' l'alter ego di Savorgnan di Brazzà. Mentre l'italiano viene dalla nobiltà, anche da parte di madre, Stanley è un gallese nato illegittimo con il nome di Rowlands e cresciuto in un povero istituto, un po' alla David Copperfield (questi sono anche gli anni di Dickens). Cerca fortuna in America, trovando un padre adottivo (che gli regala il nuovo cognome) e una carriera da giornalista di guerra per il “New York Herald”. E' il suo direttore che gli affida la missione di rintracciare Livingstone, e l'Africa segnerà la svolta della sua vita. Stanley è coraggioso, spregiudicato, brutale e affamato di soldi: sarà lui l'emissario di re Leopoldo del Belgio in Congo, un affare colossale che gronda sangue indigeno fin dagli esordi, anche se l'esploratore, dopo il famoso incontro con Livingstone, dichiara : “Sarò forse scelto per succedere a costui e aprire l'Africa alla splendente luce della Cristianità”.

Savorgnan di Brazzà è di tutt'altra pasta. Crede fermamente nella collaborazione con i popoli indigeni, stringe accordi con i re africani della zona, e in pratica regala alla Francia i territori dell'attuale Gabon e del Congo senza nessun spargimento di sangue. La sua leggenda è alimentata dalla stampa francese dell'epoca: la Terza Repubblica , nata dalla sconfitta militare di Sedan contro i tedeschi di Bismarck e del kaiser Guglielmo, ha un grande bisogno di eroi e Savorgnan di Brazzà è perfetto nel ruolo: il volto ascetico e barbuto, da profeta, lo sguardo del visionario, un idealista eccentrico e immune dal virus del denaro. Ma se va benissimo per costruire un mito, non può invece funzionare come politico: la colonia è puro sfruttamento, Savorgnan di Brazzà non l'ha ancora capito, e ci resta male quando lo licenziano senza nessuna motivazione da governatore del Congo. Si ritira ad Algeri, mette su famiglia. Nel “suo” Congo, in pochi anni ne succedono di tutti i colori. Le autorità coloniali francesi appaltano ogni attività a compagnie private, sul modello dell'altro Congo, quello di Leopoldo. La corruzione regna sovrana, le violenze sulla popolazione locale sono sistematiche. In Africa si cerca solo di arraffare il più possibile nel minor tempo possibile. Lo scandalo della mala gestione arriva a Parigi: la stampa incalza, per sistemare le cose ci vuole uno al di sopra di ogni sospetto, ci vuole Savorgnan di Brazzà, che viene richiamato in servizio e spedito in Congo come ispettore. Sarà il suo ultimo viaggio. Colpito forse da qualche malattia tropicale, Savorgnan di Brazzà muore sulla via del ritorno, a Dakar, a soli 53 anni (siamo nel 1905).

Il suo impietoso rapporto sull'amministrazione coloniale francese in Congo viene opportunamente insabbiato dall'Assemblea nazionale. Le vergogne africane non devono mai intaccare il buon nome della Francia. La moglie di Brazzà seppellisce il marito ad Algeri, rifiutando gli onori ipocriti offerti da Parigi. Oggi il buon esploratore riposa nel mausoleo a lui dedicato nella sua città, Brazzaville.

Come tutte le colonie africane francesi, il Congo diventa indipendente nel 1960, con il solito presidente fantoccio scelto da De Gaulle. Ma a metà degli anni Sessanta, sulla scena politica irrompono i comunisti congolesi, che in due ondate successive conquistano il potere, dichiarando l'era del partito unico, (il PCT, partito congolese del lavoro), e della repubblica popolare, secondo la moda corrente (sono gli anni fra il 1968 e il 1970). Il solito marxismo all'africana, tutto chiacchiere e distintivo, vivrebbe senza fare troppo danno con il presidente Marien Ngouabi, ma sfortuna vuole che il dimenticato paese equatoriale si scopra ricchissimo di petrolio. E qui entrano in scena i due grandi protagonisti della storia recente del Congo: la Elf e Denis Sassou-Nguesso.

La Elf è la multinazionale di stato francese, che in seguito verrà privatizzata e fusa con la Total , l'altro gigante petrolifero transalpino. Denis Sassou Nguesso è l'uomo che Parigi gradisce alla guida del paese. Dopo l'assassinio di Ngouabi, e un breve periodo di transizione, il colonnello Sassou-Nguesso è proclamato leader del partito unico marxista e presidente del Congo, e siamo solo nel 1979. Più o meno nello stesso periodo, Elf tiene a libro paga quattro presidenti della zona, come ammetterà davanti ai giudici il presidente della compagnia, Le Floch, implicato in uno scandalo finanziario: sono Sassou Nguesso del Congo, Omar Bongo del Gabon, Paul Biya del Camerun e un altro marxista all'africana, Jorge Dos Santos dell'Angola. I quattro paesi sono produttori di petrolio, ovviamente. E provate a chiedervi chi sono gli attuali presidenti di Congo, Gabon, Camerun e Angola, trent'anni dopo: Denis Sassou Nguesso, Omar Bongo (dal 1967), Paul Biya e Jorge Dos Santos. Ma dire che non è cambiato niente sarebbe davvero superficiale, perché nel frattempo in Congo c'è stata una “guerra civile” , che ha provocato diverse migliaia di morti e quasi un milione di rifugiati (su una popolazione di quattro milioni scarsi, in una terra un po' più grande dell'Italia).

Tanto è costato l'avvento della democrazia, attraverso il quale un ex dittatore comunista è oggi un presidente “democraticamente” eletto. Ma ricapitoliamo i fatti.

Il tramonto del comunismo nel biennio 1989-1991 provoca sconvolgimenti un po' dappertutto. Anche il Congo si appresta alla sua brava transizione democratica, tanto più che il suo governo “marxista” è indebitato fino al collo, e adesso tira aria di riforme liberali. Classica conferenza nazionale, presieduta ancora una volta da un vescovo cattolico (come in Zaire, come in Benin), nuova costituzione, introduzione del multipartitismo, libere elezioni nel marzo del 1992. Ci sono tre partiti principali, uno è il vecchio ex partito unico, il CPT, e tre candidati principali: Pascal Lissouba, Bernard Kolelas, e il solito Sassou Nguesso. Il popolo li vota proprio in quest'ordine, tanto i candidati, quanto i loro partiti. Tradotto in cifre, Sassou-Nguesso ottiene solo il 17 per cento dei voti, il suo partito 18 seggi su 125. (da notare che oggi Sassou Nguesso è di nuovo presidente col 90 per cento circa dei consensi, e il PCT con i suoi alleati dispone della maggioranza assoluta in parlamento).

I tre sono tutti leader corrotti e privi di scrupoli, ma Lissouba si mette a fare il furbo sui contratti petroliferi, gioca al rialzo, sia per le sue tasche, sia per le povere casse di stato.

La Elf gli scatena una guerra interna, armando le milizie di Sassou Nguesso, conosciute come i “Cobra”. Le compagnie americane fanno altrettanto con Lissouba, armando i “Ninja”; qualcun altro appoggia invece il terzo incomodo, Kolelas. E' una guerra per bande per la spartizione del petrolio, anche se ufficialmente è una guerra civile per motivi “politici” ed etnici”. Nel 1997, Brazzaville è divisa in tre zone, ognuna sotto il dominio di una diversa fazione; a scanso di equivoci, i francesi schierano un contingente militare intorno a Pointe Noire, il porto sull'Atlantico che è anche il terminale della ferrovia da Brazzaville: il petrolio non si tocca. Alla fine, grazie anche al sostegno delle truppe angolane mandate dal vecchio amico Dos Santos, Sassou Nguesso la spunta. Lissouba e Kolelas si rifugiano all'estero, ma la vittoria della Elf non è totale, visto che si deve fare posto anche alla Esso e ad altre compagnie. Ritrovata la famosa stabilità e raggiunto il nuovo accordo spartitorio, può tornare anche la “democrazia”. L'opposizione a Sassou Nguesso, già debole e frammentata in una miriade di partiti, decide di boicottare le elezioni, che puzzano di brogli lontano un miglio. Senza veri avversari, il vecchio dittatore ex comunista viene plebiscitato dal popolo sovrano, e ora ha la sua patente democratica valida fino al 2009: si conferma pari pari lo schema delineato da Ahmadou Kourouma in “Aspettando il voto delle bestie selvagge” (vedi “Galatea”, aprile 2005).

Fine della storia. Con un dettaglio trascurato: insieme alla Elf, c'era anche l'Agip. Il tradimento dell'italo-francese Savorgnan di Brazzà è davvero completo, celebrazioni a parte. Chissà chi vorrà mai ricordarsi delle sue sagge parole: “…L'intervento della forza in un'opera preparata con la dolcezza e la pazienza, può rovinare il lavoro di dieci anni in un momento”.

 

Cesare Sangalli