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Un fallimento chiamato Kenya

Nero come il petrolio - nuovo
Per un pugno di grano - nuovo

 

Osservatorio africano

 

Un fallimento chiamato Kenya

(pubblicato su “Galatea” febbraio 2008)

 

Un capodanno di sangue è pur sempre un capodanno. I vip italiani, fra cui il ministro Giovanna Melandri, in vacanza a Malindi mentre il mondo assisteva alle violenze post-elettorali che devastavano il Kenya, non sono stati toccati minimamente da quello che succedeva nel paese africano. Può sembrare una considerazione marginale, a fronte del dramma che si è consumato a Nairobi e dintorni. Ma non è così. Perché si pensava che in Kenya certe cose non potessero accadere; perché il Kenya era da sempre considerato un paese modello o quasi, il più “occidentale” dell'Africa nera, il più stabile, il più conosciuto dai turisti, per i safari nei parchi nazionali, per le spiagge incontaminate sull'Oceano Indiano. Certo, lo shock è stato grande per tutti, probabilmente per gli stessi keniani. Per questo, di fronte all'orrore, è forte la tentazione di attribuire tutto alla sostanziale inciviltà di popoli ancora legati ad assurdi pregiudizi tribali, gente rimasta nel profondo dell'animo legata a valori da età della pietra. Se tutto si riduce ad un conflitto etnico fra i kikuyu e i luo, le due principali etnie del paese, abbiamo già avuto la risposta elementare che conosciamo da sempre, e che fa scattare facili analogie (tutto sommato assurde) con quello che è successo in Ruanda fra hutu e tutsi.. I fatti del Kenya, che hanno chiuso il 2007 nel modo più orribile, sarebbero solo l'ennesima dimostrazione dell'incorreggibile follia di un continente. Una volta concluso così, si può tornare a festeggiare, come hanno fatto i nostri politici, che rispetto all'Africa sembrano avere un approccio da “turisti per caso”. Cerchiamo invece di ricostruire quanto è successo, e di discernere per quanto possibile, il bene dal male, il vero dal falso, basandoci sulle ricostruzioni di quelli che erano sul posto (fra cui la freelance Irene Panozzo, oltre ai giornalisti keniani).

Le elezioni del 27 dicembre 2007 erano le seconde elezioni libere dall'indipendenza del1963. Cinque anni prima, gran parte dei commentatori temevano scontri e violenze, perché era in ballo la fine di un regime, quello di Daniel Arap Moi, che durava dal 1978, cioè dalla morte di Jomo Kenyatta (leader dei famosi Mau Mau, eroe dell'indipendenza e padre padrone della nazione) . Invece tutto filò liscio. Il candidato dell'opposizione, Mwai Kibaki, vinse nettamente contro il figlio di Moi, Uhuru. Il mondo salutò con favore la vittoria della democrazia. Due anni dopo, Wangari Maathai, ministro dell'ambiente del nuovo governo, vinceva il premio Nobel per la pace, prima donna africana, come riconoscimento per il suo storico impegno nella ricostruzione della foresta e nella lotta per l'emancipazione femminile. Nell'immaginario collettivo, il Kenya si confermava simbolo dell'Africa vivibile, sostanzialmente tranquilla, dove si possono fare le vacanze in santa pace (che è la cosa che conta di più per la maggior parte di noi). Oltretutto, sotto il governo di Mwai Kibaki l'economia keniana è cresciuta a ritmi del 6-7 per cento all'anno. Agli occhi degli occidentali, quindi, andava tutto per il meglio.

Agli occhi dei keniani, invece, la realtà appariva assai diversa. Kibaki sembrava sempre più simile ad Arap Moi, e a Kenyatta prima di lui. La ricchezza del paese, quella rilevata da tutte le statistiche, è rimasta pura illusione per la stragrande maggioranza della gente, che continua la sua eterna lotta per la sopravvivenza. Chi comanda invece sistema sé, la sua famiglia, il suo clan, per le generazioni a venire. A cascata, i vantaggi cadono dall'alto sempre meno cospicui, mano a mano che i “clientes” diventano più numerosi. L'organizzazione piramidale, per poter reggere, cerca la fedeltà del sangue: quando non può più essere quella dei familiari, o del clan, è almeno quello dell'etnia: i kikuyu. L'etnia quindi è l'ultimo passaggio della catena, il più debole, il meno significativo. Dire che “in Kenya hanno sempre dominato i kikuyu” è vero solo in parte, perché la maggioranza dei kikuyu resta povera come tutte le altre etnie. La differenza reale resta quella fra inclusi ed esclusi del sistema (di cui fanno parte, anche se in maniera minore, i luo, i luya, e compagnia varia).

I problemi nascono a monte, gli occidentali lo sanno benissimo, ma fanno finta di niente, perché con un'élite corrotta o corrompibile gli affari si fanno molto meglio. Guarda caso, uno dei primi provvedimenti del nuovo governo(nuovo per modo dire: Kibaki, 71 anni al momento dell'elezione, era stato a lungo ministro di Arap Moi) era stata la concessione dell'immunità al presidente uscente riguardo alle accuse di appropriazione indebita.

Sotto la presidenza Kibaki, il Kenya ha vissuto in sostanza cinque anni buoni solo per la cricca al potere, le imprese straniere , gli operatori turistici e pochi altri.. Ma gli slum di Nairobi, come Kibera, come Korogocho, hanno continuato a crescere, giorno per giorno, un po' come l'immondizia a Napoli. In quei quartieri, un miracolo quotidiano di convivenza si compie tutti i giorni, in una quotidiana lotta contro la disperazione e l'abbrutimento, che, incredibilmente, resta in qualche modo vincente, come potrebbero testimoniare i missionari che ci vivono. Insomma, in Kenya, come in molte altre parti del mondo, esiste una realtà virtuale stabilita dagli occidentali e una realtà di fatto che è molto diversa. Lo si vedrà presto anche in India e in Cina, quando gli esclusi, la stragrande maggioranza, si faranno sentire. In Kenya si sono fatti sentire appena ne hanno avuto l'occasione, democraticamente: la riforma costituzionale che, fra le altre cose, aumentava i poteri del presidente, è stata clamorosamente bocciata dal popolo nel dicembre 2005. Era un chiarissimo segnale di sfiducia a Kibaki, che cominciava anche a perdere un buon numero di alleati, fra cui il suo futuro sfidante Raila Odinga.

Kibaki, il presidente più amato dagli occidentali, rispondeva creando un suo partito personale e alleandosi con l'avversario di ieri, il figlio del dittatore Moi, e con il suo partito, lo storico KANU fondato da Kenyatta e dal padre di Odinga. Tutto il potere ai soliti noti, la democrazia per questi politici è solo un regime un po' più articolato, in cui tutto cambia per rimanere uguale a se stesso.

Il leader vittorioso dell'opposizione del 2002 si stava rapidamente trasformando in autocrate, dato perdente in tutti i sondaggi. Raila Odinga, l'oppositore, certo non è uno stinco di santo: ha giocato pesantemente la carta etnica durante la campagna elettorale, perché era quella più facile, per uno che aveva sostenuto Kibaki fino a qualche anno prima. Però rappresentava comunque un'alternativa, diciamo di sinistra. Proprio come suo padre rispetto a Kenyatta, che lo sbatté in galera e mise fuorilegge il suo partito, nato da una scissione del KANU. Odinga, 46 anni, è molto più giovane di Kibaki e dicono che sia un leader dotato di grande carisma. E comunque, proprio come cinque anni prima, i keniani volevano soprattutto mandare a casa il potente di turno..

Sembra che a nessuno interessasse sapere che oltre venti milioni di keniani, il 27 dicembre 2007, per la seconda volta si sono recati in massa alle urne, pacificamente, in ordine, e che il loro voto ha castigato duramente Kibaki e i suoi (solo 35 seggi contro i 100 del partito di opposizione di Odinga). Quasi tutti i ministri uscenti, compreso il premio Nobel Wangari Maathai , sono stati impietosamente trombati . Questa era la vera notizia: clamorosa sconfitta del governo in Kenya, la gente festeggia la vittoria dell'opposizione.

Non è andata così. Kibaki ha operato brogli grotteschi, vergognosi, nel conteggio dei voti, e si è dichiarato vincitore. Washington si è subito congratulata con lui, salvo poi fare goffamente retromarcia nei giorni successivi, e ammettere, bontà sua, che ci sono stati dei “problemi” (Wangari Maathai ha detto semplicemente che la commissione elettorale ha fatto “un pessimo lavoro”) .

Fino alla certezza dello scippo elettorale, i morti si contavano sulla punta di una sola mano. Un po' poco per fare notizia, tre o quattro keniani uccisi, abbiamo l'onestà intellettuale di ammetterlo.

Ma il furto elettorale, la più volgare negazione della volontà popolare, ha innescato le proteste, soprattutto nei quartieri popolari, dove la gente vedeva rubare, se non la speranza (magari mal riposta, ma speranza), almeno la soddisfazione di cacciare dal trono chi comincia ad avere i tratti del tiranno (e da queste parti se ne intendono, di tiranni). La rabbia in questi casi non solo è comprensibile, è legittima, o addirittura doverosa. L'escalation della violenza non è nata dalle questioni etniche, ma dalle violente repressioni della polizia sui manifestanti. E' la polizia, è lo Stato che ha fatto le prime stragi, secondo le cronache dei giornalisti keniani. Ma anche questo “dettaglio” non pareva così importante.

Alla fine, ultimo passaggio, si è scatenata la guerra dei poveri, la violenza dei disperati resi dementi dal furore, gente che cerca ad ogni costo un capro espiatorio, un obiettivo su cui scaricare l'estrema ingiustizia subita ogni giorno, dalla nascita. E a quel punto, essere kikuyu significa automaticamente aver votato il presidente-ladro, il presidente tiranno. Una volta innescata, la spirale della violenza va avanti da sola, in qualsiasi angolo del pianeta.

Raccontata così, la storia forse appare un po' diversa da “vedi gli africani, si scannano fra di loro” che i nostri media, magari inconsapevolmente, suggeriscono. Ora che sembra tornata la calma, si può scommettere che del Kenya, per molto tempo, non sentiremo più parlare.

 

Cesare Sangalli