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Osservatorio africano

Tutti a casa

La notizia è apparsa improvvisamente, ed è rimasta in prima pagina per almeno tre giorni (davvero un record per l’Africa): è scoppiata la guerra fra la Francia e la Costa d’Avorio. Una guerra lampo, dal punto di vista militare, con risvolti che, se non fossero tragici, sarebbero ridicoli. Due aerei (di fabbricazione russa) dell’aviazione ivoriana attaccano una base francese, forse per sbaglio (primo risvolto grottesco), volendo colpire in realtà le forze ribelli nel loro feudo, Bouaké, seconda città della Costa d’Avorio dopo Abidjan (vedi questa rubrica nel numero di luglio-agosto). Otto soldati francesi vengono uccisi. Chirac ordina immediatamente la “controffesnsiva”: i due aerei, più tre elicotteri vengono abbattuti, e la notizia è “distrutta l’aviazione della Costa d’Avorio” (altro dettaglio che suona ridicolo, in tempi di guerre stellari e armi di distruzione di massa, ma che paradossalmente fa onore alla Costa d’Avorio, che evidentemente non ha speso molto per la sua aviazione militare). Dopo il botta e risposta delle rispettive aviazioni, si è aperta la “caccia al bianco”, opportunamente istigata dal governo di Gbagbo Laurent, che per fortuna non ha fatto altri morti, mentre invece l’esercito francese che veglia sull’ordine e la stabilità del paese ha sparato sulla folla dei dimostranti (i “giovani patrioti”, militanti del partito al governo) allungando la lista delle vittime. Dopo tre-quattro giorni di caos, e la conseguente evacuazione di centinaia di “espatriati”, in maggioranza francesi, è tornata la calma, se così si può definire la stasi comatosa dello stato ivoriano. La parola è tornata alla politica, cioè al penoso balletto di dichiarazioni prima nazionaliste poi concilianti del presidente Gbagbo, e la ridicola sanzione votata dall’ONU nei confronti della Costa d’Avorio, che ha sancito l’embargo delle armi ad un paese che è già stato abbondantemente rifornito in materia. Questa, grosso modo, la cronaca degli avvenimenti di novembre. Difficile che il lettore possa farsi un’idea precisa della situazione, come ormai succede sempre più spesso nelle vicende internazionali. D’altra parte, trovare il bandolo della matassa in un groviglio di contraddizioni come quello della Costa d’Avorio, è impresa ardua.
Partiamo dal presupposto che nella triste vicenda dell’ex “Svizzera dell’Africa occidentale” non si salva nessuno, ma proprio nessuno. Cominciamo dall’uomo che per un momento aveva illuso un po’ tutti, compreso chi scrive (vedi reportage su “Galatea” del dicembre 2000), il presidente in carica Gbagbo Laurent. La sua storia personale era limpida: docente di storia all’università, leader del sindacato insegnanti, di fede cattolica e di idee socialiste (fa ancora parte dell’Internazionale), Gbagbo Laurent era stato l’oppositore solitario al “regime soft” di Houphuet Boigny negli anni Ottanta, quando la Costa d’Avorio era un esempio di convivenza pacifica, un posto tranquillo dove si poteva andare in vacanza. Arrestato più volte, esiliato in Francia (era amico di Mitterrand), Gbagbo rappresentava la speranza di cambiamento in un paese che si avviava lentamente ma inesorabilmente verso la rovina, nella somma indifferenza di tutti quanti. La sua drammatica elezione, avvenuta dopo un tentativo di colpo di stato e una sommossa popolare, nell’ottobre di quattro anni fa, era avvenuta in un contesto già troppo degradato per poter fare macchina indietro.
In un gioco sempre più duro, Gbagbo ha inseguito il potere a tutti i costi, dimostrando ancora una volta quanto sia sbagliata l’idea machiavellica per cui “il fine giustifica i mezzi”. Forse era partito con buone intenzioni, ma ha accettato fin dall’inizio l’uso della violenza, anche se ha sempre sostenuto il contrario. Ambiguità e spregiudicatezza, l’immagine del presidente democraticamente eletto nascondeva quella del boss criminale, come purtroppo avviene spesso in politica (vedi Arafat, incarnazione di grandezza e miseria; ma anche il nostro ineffabile Giulio Andreotti). Gbagbo ormai è una zavorra per il suo paese, politicamente ha già fallito, puntando tutte le sue chances su un nazionalismo da operetta e sulla xenofobia, miserabile risorsa di politici miserabili in tutto il mondo. Dietro di lui, tutto il panorama dei partiti, che hanno giocato le stesse identiche carte, con la sola differenza che hanno perso, e ora possono fare le vittime (dal solito Alassane Ouattara, che è sicuramente il più dotato di tutti, alle vecchie cariatidi dell’ex partito-stato del PDCI).
Sulle forze armate della Costa d’Avorio, quelle che avrebbero dovuto sconfiggere i ribelli e riportare tutto il paese sotto l’autorità dell’unico governo legittimo (che bene o male è quello di Gbagbo), meglio stendere un velo pietoso. Sono in buona parte delinquenti in divisa, come i “giovani patrioti” del partito di Gbagbo (il Fronte popolare ivoriano) sono perlopiù giovani sbandati, teppisti da quattro soldi frutto della disoccupazione di massa e del profondo disagio giovanile (loro però qualche giustificazione ce l’avrebbero, visto che gli hanno rubato il futuro).
I ribelli, che per ironia della sorte si chiamano “Forze nuove”, sono la loro versione speculare. Ogni distinzione risulta fittizia ad un’analisi approfondita: si potrebbe dire che sono per lo più del nord discriminato, che sono in maggioranza musulmani, che difendono le nuove generazioni figlie dell’immigrazione povera dal Burkina Faso e dal Mali, che rifiutano (giustamente) l’assurdo concetto di “ivorianità” (discendenza da padre e madre ivoriani) come criterio di cittadinanza piena follemente introdotto nella costituzione quattro anni fa, con il disgraziato consenso di quasi tutti (evidentemente più una nazione è in crisi morale, più si preoccupa della propria identità, vedi recenti, imbarazzanti polemiche sui “valori cristiani”). Si potrebbero dire tante cose, tutte con un briciolo di verità. Sciocchezze, in ultima analisi. Non c’è nessun senso in quello che sta accadendo in Costa d’Avorio, come non c’era in Serra Leone o in Liberia, tanto per restare in zona. Una schifosa lotta per il potere, una guerra per bande a cui ci si sforza di dare una parvenza politica o etnica o religiosa.
Non è il caso però di scaricare tutto quanto nel contenitore Africa, in questo immondezzaio mondiale che guardiamo quasi sempre con un misto di pietà e di orrore. Andiamo a vedere più da vicino il ruolo dei difensori della pace, in questo caso della Francia. La grande, nobile Francia che esportava la sua orgogliosa cittadinanza ai quattro angoli del pianeta. Sessanta anni di sfruttamento coloniale, altri quaranta di sfruttamento commerciale. La “Francophonie”, geniale invenzione culturale per la difesa e lo sviluppo della civilisation française in tutto il mondo, diventata un autentico cavallo di Troia per difendere dovunque i famosi “interessi nazionali”. La Francia amica e protettrice dei peggiori dittatori del continente, la Francia che ha formato nelle sue scuole militari e nella sua Armée un buon numero di militari golpisti (tanto per restare in Costa d’Avorio, il generale Robert Guei, ucciso due anni fa, l’uomo che ha portato l’esercito nelle strade di Abijan a sparare sui civili per la prima volta nella storia del paese, il genio politico che ha innescato la spirale di violenza). La Francia che mantiene i suoi bravi legionari e paracadutisti un po’ in tutte le sue ex colonie, umiliando costantemente la loro sovranità nazionale (proprio come gli americani da noi, ma almeno noi abbiamo perso una guerra). Per carità, solo a rigorosa protezione dei soliti “interessi nazionali”. Finché un mostro come Bokassa se l’è presa con i propri concittadini, l’hanno lasciato fare alla grande. I francesi mantengono basi militari con il regime di Idriss Déby in Ciad, basi militari con la dittatura di Omar Bongo in Gabon. Hanno fatto una guerra petrolifera (della Elf Aquitaine) per interposta persona in Congo Brazzaville. Hanno portato avanti il traffico di armi in tutta l’Africa coinvolgendo perfino il figlio di Mitterrand. In sintesi, non proprio come gli Stati Uniti in America Latina, ma poco ci manca.
Questi sono quelli che dovrebbero riportare la pace in Costa d’Avorio. Più le solite, immancabili truppe ONU, i più costosi spettatori del mondo. Quanto detto per la Francia si può estendere a tutta l’Europa, che però ha almeno ha il pudore (per quanto ipocrita possa essere) di non schierare i suoi eserciti (il libero mercato basta e avanza, per difendere l’ingiustizia, anzi no, gli “interessi nazionali”).
Se non ci fossero un po’ di bravi missionari (sempre meno) e qualche volontario delle organizzazioni non governative (sempre meno) a difendere l’immagine degli europei buoni, che cosa rimarrebbe? La verità politica: un mondo che se ne frega altamente dei princìpi che dice di voler difendere; un mondo che applica costantemente due criteri per i diritti umani di cui pretende di essere l’unico rappresentante (come se ci fosse il “copyright”, in materia) a seconda della latitudine. Un mondo che continua a raccontare e, quel che è peggio, a raccontarsi bugie vergognose sulla pace e sulla guerra. Persone come Gino Strada lo stanno urlando da anni. Lo hanno trattato come un poveraccio che non sa quello che dice.
Lui è credibile quando parla di pace. Chirac no. E il nostro governo meno che mai. Iniziamo ad uscire dall’ambiguità e riportiamo in Italia il nostro esercito dimenticato a Nassirya da una classe politica di buffoni . E’ il messaggio di auguri per l’anno che verrà: tutti a casa.



Cesare Sangalli